

Mica male la prima giornata del campionato di calcio di serie A, quel gran romanzo nazionalpopolare che scandisce le domeniche di noi italiani. Li avete visti tutti i gran bei gol, e il gioco nuovo delle squadre migliori, e i dribbing e i tiri da lontano dei nostri campioni più celebrati. Naturalmente sto scherzando. Non avete visto niente di tutto questo, perché la prima giornata di campionato non c'è stata affatto. Chiuso per sciopero. Niente gol e niente chiacchiere sui gol. E a tantissimi tifosi è apparsa una bestemmia in chiesa, che a usare l'arma dello sciopero siano stati dei ragazzoni che quando incassano poco portano a casa un milione di euro netti l'anno e che per giunta sono appetiti dalle più belle fanciulle del reame: insomma dei gran privilegiati.
Sono stato fra i pochi a scrivere (su Libero) che questa volta, e almeno in parte, comprendevo le ragioni dei calciatori. Innanzitutto non è, come pure qualcuno ha insinuato, che loro non volessero pagare l'eventuale contributo di "solidarietà " che il governo intende prelevare sui redditi superiori a 100mila o 200mila euro lordi l'anno, una botta non da poco per redditi alti come sono quelli dei giocatori e ci mancherebbe che non lo fosse: chi ha di più, deve pagare di più. Ora il capo sindacale dei giocatori e che so essere uomo d'onore, Damiano Tommasi, ha detto più volte che nessun giocatore si rifiuterà di pagare quel contributo. Resta l'altra questione, che non è di poco conto. Questa volta i calciatori italiani non è che volessero ulteriori soldi o ulteriori privilegi. Volevano soltanto che i loro compagni più sfortunati, quelli che non stanno più simpatici ai loro allenatori, quelli che sono arrivati alla fase declinante della loro carriera, queli che sono stati messi "fuori rosa", possano continuare ad allenarsi con i loro compagni in modo da mantenere una condizione fisica ottimale e sperare di trovare una nuova squadra che li scelga e li accetti.
E questo perché non tutti i giocatori di calcio sono gente alla maniera di Ibrahimovic (otto milioni euro netti di stipendio annuo) o di Christian Vieri e accluse veline. Tutto il contrario. La grandissima parte di quelli che si guadagnano il pane colpendo a calci un pallone hanno redditi buoni ma non luculliani, e sono carriere che durano poco e che anzi possono finire anche domani per una botta al ginocchio o altrove. A ragionare come hanno ragionato, non mi pare dunque che i calciatori avessero tutti i torti. E del resto una cosa analoga è successa in Spagna, che pure è la madrepatria di alcuni dei calciatori più celebrati e strapagati del mondo, ma dove sono tantissimi i calciatori che non ricevevano lo stipendio da mesi e mesi. Anche lì i calciatori _ tutti i calciatori _ hanno minacciato uno sciopero, e finché non hanno trovato un accordo.
Insomma il mondo del calcio non è un giardino dorato, un angolo riservato esclusivamente ai supereroi e alle superbelle che li corteggiano. E' un segmento della nostra società con le sue contraddizioni e i suoi problemi. Tantissimi. A cominciare dal livello pauroso di indebitamento delle società . Detto altrimenti, il giocattolo calcio è un giocattolo che può esplodere da un momento all'altro con risultati ben peggiori che non una domenica di agosto senza calcio. E tanto più che è finito il tempo dei Paperon dei Paperoni che spendevano miliardi a centinaia pur di assicurarsi la vetrina offerta dall'essere presidenti di una squadra di calcio specie se famosa. Avete visto quello che è successo alla Roma, dove una delle famiglie più ricche d'Italia _ i Sensi _ ha mollato il bastone di comado dopo essersi dissanguata. Avete sentito quello che ha dichiarato il presidente del Milan Silvio Berlusconi: che lui non ce la fa più a tirar fuori ogni anno la metà dei soldi che ricava dall'insieme delle sue attività , e tanto più che i suoi 5 figli non è che siano felicissimi che i soldi del padre vadano a finire nelle tasche dei giocatori rossoneri.
Il calcio italiano è non certo al capolinea, ma di certo a un punto critico e non è che gli facciano bene lordure come quelle che riassumiamo nel termine "calcioscommesse". Né è un caso che sul piano internazionale tanto i nostri club che la nostra nazionale vadano così e così. I trenta milioni di italiani che aspettano la domenica per sognare e gioire delle imprese dei loro beniamini _ e io sono uno di quelli _ potrebbero vedere arrivare il peggio. E del resto se tutto o quasi tutto della nosta società è al punto più basso della nostra storia, perché non dovrebbe essere così anche del calcio?
20
2
0
21
58
Le rubriche
Importanti firme commentano i principali fatti di cronaca, economia, società e ambiente

