

E se il mostro di Oslo non fosse stato un europeo trentaduenne dagli occhi azzurri che ama la musica classica, e bensì il solito kamikaze islamico che reputa tutti noi occidentali degli "infedeli" da cancellare dalla faccia della terra, che cosa ne sarebbe venuto quanto ai rapporti di noi tutti con l'eventuale islamico della porta accanto che abita a Oslo, a Londra, a Milano, o nel quartiere romano di Monteverde che è il mio? Mettiamo che quel massacro inaudito lo avesse firmato un terrorista islamico, ne discendeva che dall'oggi al domani i milioni e milioni di islamici che vivono in Europa e che noi tutti incontriamo al supermercato o sui bus sarebbero divenuti ai nostri occhi dei cittadini come di serie B cui impedire di pregare o di vestire alla loro maniera?
Perché questo è il punto. Quanto ai rapporti tra noi e i milioni e milioni di islamici che accorreranno sempre più numerosi nelle nostre città le opzioni in campo in questo avvio di millennio sono due. O noi paghiamo il terrorismo islamico della sua stessa moneta, ossia riteniamo che "tutti" gli islamici sono dei potenziali e minacciosissimi nemici e ci mettiamo a digrignare i denti solo a guardarli, un po' quel che si augurava l'ultima Oriana Fallaci. Oppure riteniamo che la grandissima parte degli islamici venuti in Europa non ha nessun legame e nessuna affinità di pensiero con le fazioni criminali che fanno riferimento all'uno o all'altro delirio di matrice islamica. Il mio amico Maurizio Belpietro, nel riconoscere che il quotidiano da lui diretto aveva sbagliato (come del resto tanti altri) nell'indicare perentoriamente la pista islamica come quella che stava all'origine della carneficina di Oslo, aggiungeva che c'è in Occidente una sorta di "buonismo" che non si rende conto della minaccia contenuta nella predicazione islamica in quanto tale, in una predicazione che si contrappone in modo talmente frontale al modo di vivere occidentale.
Ora, quanto ai criteri che devono regolare i rapporti di ogni giorno tra noi occidentali e gli islamici, il "buonismo" non c'entra nulla. E a meno che per "buonismo" si intendano gli evntuali babbei che sottovalutano la minaccia e la pervasività della azioni terroriistiche condotte da gruppi piccoli ma micidiali. Azioni che per dire dell'Europa sono state terrificanti a Madrid o a Londra. Né va sottovalutata l'aggressività della sensibilità islamica in quanto tale, di gente che crea un pandemonio perché su un giornale occidentale è apparsa una vignetta sarcastica nei confronti di Maometto. Niente "buonismo" dunque, ma niente "cattivismo", un atteggiamento altrettanto idiolta e letale. Se gli islamici chiedono di avere nelle nostre città dei luoghi di culto dove pregare alla loro maniera, la loro richiesta è sacrosanta ed è per noi una questione di civiltà assecondarla. La storia della civiltà occidentale è fatta di convivenze, di genti diverse che si sono assuefatte fra di loro. Lo stesso vale per il modo di vestire.
Ciascuno ha diritto alle proprie particolarità , se quelle particolarità costituiscono la sua identità primaria. Non sta a noi decidere se quella o quell'altra liceale musulmana porta il velo perché ci crede fermamente o perché c'è un padre fanatico che la costringe. E del reso padri fanatici in un modo o in un altro ne abbiamo avuti tanti di noi trenta o quarant'anni fa (non il mio, che era stato fascista ma che era profondamente un liberale). Gli islamici devono fare del loro meglio per assicurarsi la nostra lealtà , ma vale anche il contrario. Ciò da cui non si scappa. Perché quello è il futuro, gente i cui tratti somatici sono i più diversi e le cui fedi religione le più diverse e che devono vivere assieme. Li avete mai visti i ragazzini che escono da una scuola elementare di Milano? Tra di loro quelli con i tratti occidentali del volto sono una netta minoranza. Convivere, convivere, convivere.
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GIAMPIERO MUGHINI
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