

Gli uomini di San Francisco passano per essere tra i più anticonformisti e spregiudicati. Tanto, a volte, da finire nei guai con la legge. In questo caso, però, l’infrazione che ha attirato l’attenzione delle autorità federali è quantomeno insolita. Protagonista, Trent Arsenault, tecnico di computer della Silicon Valley, figlio di un pastore protestante, che ha deciso di dedicarsi a una forma di beneficenza singolare: donare sperma alle donne infertili che desiderano avere un bambino ma non possono affrontare il costo di una banca dello sperma.
Il 36enne amministra le sue offerte tramite il proprio website, con numerose fotografie che lo mostrano biondo, snello, aitante e desideroso di distribuire i suoi attraenti geni a fanciulle povere ma desiderose di progenie. “Cerco solo di aiutare la comunità secondo lo spirito cristiano”, ha spiegato Arsenault in questi giorni, dopo avere ricevuto una lettera della Food and Drug Administration che gli intimava di smettere un’attività che non rispetta i requisiti dell’agenzia per garantire sanità e sicurezza delle nascite conseguenti alle donazioni di sperma.
L’FDA stabilisce infatti che ogni donatore debba sottoporsi al test delle malattie veneree nei 7 giorni precedenti alla donazione, e una multa di 100mila dollari e fino a un anno di prigione per chi la infrange. Arsenault ribatte che con il suo ritmo di benefattore sarebbe impossibile seguire una regola così rigida. Infatti, Arsenault calcola di avere fatto 328 donazioni a 46 donne diverse in cinque anni, da cui sono già nati 14 figli e altri 4 sono in arrivo. La rivelazione di questo “ volume” di attività ha incendiato ancora di più il dibattito.
Gli esperti di bioetica dicono infatti che costituisca un rischio anche per le future generazioni: spargimento di difetti genetici tramite incesto inconsapevole, possibile quando le donazioni, e i figli conseguenti, sono così tante. “Non è la stessa cosa di un conoscente che doni il suo sperma una tantum a una donna che si fida di lui e ha, in qualche modo, una relazione personale col donatore”, ha commentato il Dr. Stanley Korenman, preside associato della facoltà di bioetica della David Geffen School of Medicine di UCLA. “Quello è un caso che non rientra nelle regole della FDA, ma è eticamente accettabile e costituzionalmente difendibile. Qui invece, anche se la prestazione non viene pagata in denaro, ci sono troppe similitudini con un’attività commerciale perchè l’FDA possa lasciare perdere”.
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