

In un posto dove a Natale ci sono spesso venticinque gradi e la mistica della neve e delle renne ha evidentemente poca presa, c’è comunque una tradizione pressochè immancabile: il pomeriggio natalizio è dedicato alla partita dei Los Angeles Lakers. Se state pensando che lo spirito del Natale c’entra poco con una squadra di basket, vuol dire che non sapete che con i loro colori imperiali –oro e porpora- i Lakers sono uno dei culti pagani più diffusi non soltanto a Los Angeles e non soltanto in California ma sull’intero pianeta (per dirne una, Kobe Bryant è letteralmente idolatrato in Cina).Â
Solo che quest’anno questo poco ortodosso rituale natalizio ha severamente rischiato di non andare in scena, lasciando lo Staples Center e le file di sedie di bordo campo –abitualmente prenotate dalle star dello spettacolo- desolatamente deserte. Anche se il basket non è in cima ai vostri interessi, ci sta che in questo periodo abbiate comunque sentito parlare di lockout, soprattutto perché anche Obama e Clinton hanno fatto sentire la loro voce in proposito. Per cinque mesi infatti i proprietari delle trenta squadre della lega hanno congelato contratti, pagamenti e ogni genere di attività , per rinegoziare l’accordo con i giocatori a condizioni a loro più favorevoli.
Si è trattato di una vertenza di insolita durezza, che ha lasciato sul campo due mesi di partite (ora ogni squadra ne giocherà sessantasei invece di ottantadue), bruciato una spaventosa quantità di guadagni e ridotto allo stremo tutto l’indotto che gira intorno alle partite (merchandising, parcheggi, ristoranti, e così via). Ebbene, come in uno di quegli happy end all’ultimo respiro tipici delle sceneggiature hollywodiane, il nuovo contratto è stato siglato in tempo perché la prima partita del campionato si giochi proprio il giorno di Natale, diretta tv, sponsor scatenati e pubblico in trepida attesa. Già , perché durante il lockout l’America aveva generalmente mostrato un certo disgusto –soprattutto considerando la generale crisi economica- per questa che a tutti gli effetti era una contesa fra multi miliardari (che i giocatori siano arrivati ad accusare i proprietari di schiavismo non è stata una mossa molto apprezzata, dal momento che anche gli atleti di seconda e terza fila si mettono in banca cinque-sei milioni di dollari all’anno).
Ma ora d’incanto tutto sembra dietro le spalle come se niente fosse l’entusiasmo è pronto a riaccendersi, in particolare proprio a Los Angeles dove vincere sembra un’inevitabilità , una parte imprescindibile del paesaggio come l’oceano, le palme e i tramonti infuocati. Qui a officiare il Natale non è un vecchio signore con la barba bianca, ma un supereroe con il numero ventiquattro sulla maglia che di nome fa Kobe Bryant.
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