La crisi imperversa? Gli americani l'esorcizzano facendo sfrigolare bellamente la griglia

di Gloria Mattioni

Seduta su una sedia da giardino troppo imbottita per potervi stare in equilibrio reggendo tra le mani il mio piattino di carta con immancabile salsiccia grigliata in un panino che più molle non si può (e anche dolciastro), inspiro l’ aroma ufficiale americano. Quello che proprio come l’inno, dice “America” alla prima folata di carbonella che si sprigiona nella brezza estiva. Barbecue. Anzi, BBQ, poiché anche l’acronimo, l’abbreviazione siglata che oggi spopola negli sms e su facebook, qui negli States era parte integrale del linguaggio “cool” prima ancora che esistessero pixel e cellulari.

BBQ, dunque, sabato o domenica a metà pomeriggio, visto che negli States  la cena incomincia a ore in cui in Italia si penserebbe solo alla merenda. È il rito ufficiale del weekend, più popolare persino della partita di football e ugualmente dominato da testosterone domestico visto che ai “fornelli” c’è sempre il maschio di casa, in grembiulone, pinze, pattine e faccia arrossata dagli effluvi bollenti dei pezzi di carne e cipolla che sfrigolano rumorosamente sulla griglia.

Il “fornello” passa da un semplicissimo “uovo” su rotelle, che si richiude e impacchetta in poco spazio in garage quando non è in uso e trova posto anche sul minuscolo terrazzino di un appartamento al ventesimo piano a Manhattan, in vendita per poche decine di dollari, ai giganteschi grill “stanziali”, elettrici o a gas, da collocare sul patio o negli ampi giardini, in quegli stati in cui lo spazio non è un problema, per esempio in California, che arrivano a costare come una cucina completa all’Ikea ma ci puoi cucinare sopra per l’intera squadra di baseball dei figli, con genitori al seguito. Di sicuro, il “fornello” non ha più molto a che vedere con il “barabicu” dei nativi americani, che così chiamavano il metodo di cuocere le loro prede di caccia in un buco, un pozzetto scavato nella terra dove accendere il fuoco al riparo dal vento.

I conquistadores spagnoli lo adottarono subito, ribattezzandolo “barbacoa” e importandolo anche in Europa, dove l’idea sembra essere attecchita davvero soltanto in anni recenti. In Europa, però, raramente ti schiaffano sull’hot dog o l’hamburger quella disgustosa salsa dal sapore di zucchero bruciato (guai a ordinare “BBQ chicken” anche al ristorante, o vi arriverà immerso nell’orrenda, prevaricante, strapotente mistura). In Europa, qualche volta, con un pizzico di fortuna, magari sulla griglia sfrigola anche qualche trota, un salmone o persino una rappresentanza ufficiale della famiglia dei vegetali, qui aborriti dagli aderenti al culto del BBQ. Il profumo della carne, a quanto pare, per gli americani si stempera nel profumo della vittoria.

Quello che si celebra davvero qui, infatti, mentre intorno sventolano bandiere patriottiche alzate in ricordo dei morti del 9/11, è il trionfo contro tutti i nemici. Dal televisore in salotto il telegiornale commenta il recente contrito discorso di Obama per creare più posti di lavoro e limitare le tasse, ma in giardino imperversa allegramente la griglia. Disoccupazione, caduta della borsa, mancata riforma medica e/o un’altra possibile recessione in arrivo sono preoccupazioni ammesse soltanto nei giorni feriali. Il weekend è votato all’opulenza, o alla sua illusione creata dall’abbondanza di cibo. Poco conta che la carne arrivi affettata e surgelata in megaconfezione famiglia dal vicino ipermercato e che il maschio di casa che ora spennella d’aceto e senape le costine non l’abbia inseguita con l’arco e le frecce, né abbattuta col fucile. In quei resti di “preda” sfrigola, simbolicamente, l’orgoglio virile di tutta la nazione.

14 settembre 2011
 
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