In mostra al LACMA gli incubi di Tim Burton

di Gloria Mattioni

Aperta da poco al  Los Angeles County Museum of Art (Lacma), la personale dedicata al regista-ousider Tim Burton, ora al lavoro contemporaneamente su due nuovi film (Dark Shadows, il rifacimento di una serie cult televisiva degli anni Sessanta dove il vampiro è Johnny Depp e Frankenweenie, rifacimento di un cortometraggio del 1984 in cui Burton faceva ritornare dalla tomba quella volta un cane,  spedito  a miglior vita da un incidente automobilistico). Andrà avanti fino a ottobre, dando la possibilità quindi anche a chi si trovasse a L.A. per turismo di conoscere più intimamente genio e sregolatezza della mente di Burton, da sempre “incapace di tracciare una linea di spartizione tra humor e horror”.


Folla di fan all'inaugurazione. Fuori dalla porta d’ingresso del Lacma, infatti, la fila era lunghissima il giorno dell'inaugurazione durante il weekend di Memorial Day. Schiere di fan vestiti di gotico/vampiresco nero venuti a chiedere l’autografo al regista di Beetlejuice, Edward Scissorhands, Ed Wood e Alice in Wonderland. Tim Burton li ha accolti in giacca nera, calzini a strisce rosse e nere e sovradimensionati occhiali da sole indossati anche al coperto per nascondere occhiaie (da vampiro?) e jet lag, visto che era appena sbarcato da un aereo proveniente da Londra, dove abita adesso.


Comunicazione non verbale. Oltre ai suoi film, in mostra ci sono anche costumi e oggetti di scena, gli sketch disegnati da Burton stesso per diversi film e una “creatura” alta 7 metri e battezzata Ballon Boy: -“Mi sono sempre divertito a fabbricare cose. Probabilmente perché non sono un grande comunicatore a parole. Quando smetterò di fare film, potrei vivere in un trailer nel deserto e fabbricare strana roba come questa”.


Disegno come terapia. Originario di Burbank, un sobborgo di Los Angeles, Burton ha voluto intitolare le tre sezioni della mostra che raccoglie più di 700 disegni, dipinti, fotografie, film e video, story-board, burattini, costumi e altre memorabilia, “Surviving Burbank”, “Beautifying Burbank” e “Beyond Burbank”.  Insieme, mostrano soprattutto l’urgenza di creare di Burton che alla fine stabilisce un suo codice di comunicazione. Personale. I disegni, che Burton definisce come “il risultato di una sorta di auto-terapia senza rimuginazione”, sono spesso sproporzionati, soprattutto quando ritraggono umani, ma estremamente espressivi e espliciti.


Mostra calda. Tutto sommato, se si potesse definire una mostra “calda”, questa del Lacma lo sarebbe proprio. Dà infatti accesso a lati sconosciuti, finora mai esposti della personalità di un regista che ha sempre condiviso volentieri i suoi incubi, non tanto il  processo che li ha portati a vivere sullo schermo. Ma senza indulgenza in note troppo classicamente biografiche e cronologiche che chiunque può trovare da casa, con un click del mouse, su Wikipedia.com


 

08 giugno 2011
 
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