

Katia Scannavini è la precaria perfetta. La sua storia potrebbe essere presa a simbolo dei mutamenti del mercato del lavoro. 36 anni, donna e lavoratrice con una bambina in arrivo. E ora licenziata. Il suo lavoro consisteva, sino all'inizio di aprile, nel fare in modo che gli italiani avessero più opportunità di lavoro. Era un'esperta di Italia lavoro spa, l'agenzia tecnica del ministero guidato da Maurizio Sacconi. La `mission` di Italia lavoro spa è, secondo il sito web dell'azienda, `la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell'occupazione e dell'inclusione sociale`. Il presidente di Italia lavoro è Paolo Reboani, un fedelissimo di Sacconi. Già capo della segreteria tecnica del ministro ex socialista, Reboani è succeduto, nel giugno del 2010, a Natale Forlani che aveva guidato l'azienda di Stato per oltre un decennio. Nell'anno 2008, l'ultimo che abbiamo disponibile, il compenso dell'amministratore delegato di Italia lavoro si aggirava attorno ai 250.000 euro l'anno. Riteniamo che l'emolumento percepito da Reboani stia attorno a quella cifra.
Il curriculum di Katia è di tutto rispetto. Possiede master e dottorato, vanta pubblicazioni scientifiche ed è un'esperta molto accreditata dei centri dell'impiego, le strutture che a partire dagli anni Novanta hanno sostituito i vecchi uffici di collocamento nel far incontrare domanda e offerta di lavoro. Il mese scorso Katia con altri 15 collaboratori precari – alcuni lo erano da molti anni – viene licenziata da Italia lavoro spa. Anzi, per usare la terminologia dell'azienda, `vengono meno le condizioni per continuare il rapporto di lavoro`. Quindi con una bella raccomandata e per volontà esclusiva dell'azienda – i contratti a termine lo consentono – la puerpera Katia (sta entrando nel sesto mese di gravidanza) si trova in mezzo a una strada. Perché è stata licenziata? Anzi, perché sono venute meno le condizioni per proseguire il rapporto di lavoro? Superfluo dire che il rendimento di Katia e degli altri ex precari non c'entra nulla. Gli stessi capi di Katia sono imbarazzati dal licenziamento e si trovano in difficoltà nel sostituirla. E' una questione di risorse? Con i dolorosi tagli alla spesa devono necessariamente ridursi i costi e quindi, per primi, vanno rescissi i contratti precari? Neanche per idea. Lo stipendio di Katia, a differenza di quello di Paolo Reboani, non costa niente al bilancio dello Stato. I suoi 1500 euro al mese vengono interamente finanziati dai fondi che l'Unione Europea assegna al nostro Paese. Katia e gli altri sono stati licenziati per vendetta.
Occorre fare un passo indietro. Nel novembre del 2010 viene approvato dopo un travagliato iter parlamentare durato 18 mesi il famoso `collegato lavoro`, una sorta di legge `omnibus` che riguarda tanti aspetti della legislazione del lavoro. L'articolo 32, in particolare, fissava al 23 gennaio 2011 il termine ultimo per comunicare, da parte dei lavoratori ai datori di lavoro, la volontà di impugnare i licenziamenti o le violazioni dei contratti a termine. Tale comunicazione non è l'inizio di una causa di lavoro ma, secondo il dettato della norma, una sorta di misura cautelativa senza la quale, in futuro, i precari non potranno mai fare causa, per nessuna ragione. Katia e gli altri collaboratori di Italia lavoro si sono attenuti alla legge – voluta dallo stesso ministro Sacconi – e come tanti altri lavoratori hanno comunicato a Italia lavoro spa che un giorno avrebbero potuto impugnare i loro licenziamenti. Come ha ricordato Katia in un'intervista al Fatto quotidiano: `Non era l'annuncio di una causa, non mi passava per la mente. Solo una comunicazione, peraltro richiesta dalla legge, in cui ricordavo la mia anzianità e la mia posizione. La risposta è stata l'annuncio della cessazione del rapporto`. Per lei e per chiunque altro (incluso il marito di Katia) avesse mandato la famosa lettera. Italia lavoro spa, agenzia per la promozione dell'inclusione sociale, si è comportata in questo caso come il peggiore tra i peggiori padroni delle ferriere. Licenzia non chi protesta ma chi accenna alla possibilità , peraltro sancita dallo stesso governo in carica, di poter un giorno ricorrere a un tribunale del lavoro. Ecco perché la storia di Katia è quella di una perfetta precaria: donna, madre senza garanzie, vittima delle iniquità del mercato del lavoro e di un governo che vuole eliminare il precariato eliminando i precari.
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