

Su una cosa Brunetta ha ragione. Esiste una nuova forma di protesta che è spesso utilizzata dai gruppi di lavoratori precari in agitazione. Irrompere in un convegno, prendere la parola e salire sul palco dei relatori, srotolare uno striscione e interloquire col ministro in carica. Abbiamo visto una scena simile a quella dell’ormai celebre video di Brunetta, qualche settimana fa, col ministro Sacconi e i precari di Italia lavoro. Anche in quel caso Sacconi ha reagito con asprezza ma almeno, a differenza di Brunetta, è rimasto fermo al suo posto dando qualche risposta, senza scappare con l’auto blu. Naturalmente il mio giudizio politico su queste forme di protesta è opposto a quello di Brunetta e Sacconi. I precari hanno ragione sia nel merito e sia nel metodo. Se non facessero queste rumorose irruzioni non avrebbero alcuna possibilità di porre all’opinione pubblica le loro questioni. Come precari della pubblica amministrazione – sono stati loro i protagonisti dell’episodio con Brunetta – non vengono mai ricevuti dai ministri o dai sottosegretari né presi in considerazione da direttori generali e capi dipartimento. Anche se alcuni sono sindacalizzati non possono fare sciopero. In pratica se non fanno rumore non vengono considerati in alcun modo.
Se essere un lavoratore non vuol dire solo lavorare e prendere lo stipendio ma anche contrattare, secondo regole democratiche, le proprie condizioni di lavoro, i precari non sono ancora lavoratori con pari diritti degli altri; non vi è altro metodo, per porre una vertenza, che azioni come quella che ha visto coinvolto Brunetta. Colpisce, inoltre, la reazione del ministro all’innovazione nell’udire la parola “precari”. La rabbia e la stizza di Brunetta non sono solo una gaffe o il prodotto di una particolarità caratteriale del ministro. Rivelano ciò che veramente questo governo pensa dei precari, a partire da quelli che lavorano nel pubblico. Sono la parte peggiore d’Italia, per il governo, perché sono la parte più debole. E in questa crisi – è la filosofia di fondo del governo – soltanto i più forti possono sopravvivere. Per questo esecutivo il precariato nella pubblica amministrazione è stato soprattutto un costo di cui disfarsi, indipendentemente dalla qualità dei servizi che i precari offrivano allo Stato. Eppure neanche i precari sfuggono alla retorica sui “successi” del programma di governo.
Qualche giorno fa, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi si gloriava del risultato di aver garantito ammortizzatori sociali ai precari che hanno perso il lavoro. Qualcosa che nessun governo precedente era mai riuscito a realizzare. Berlusconi si riferiva a una misura abbastanza oscura, approvata nel 2008, e nota tra gli addetti come “bonus precari”. Si tratta di una somma una tantum, 300 euro al mese nella migliore delle ipotesi, destinata a quei collaboratori che hanno perso il lavoro. Fin qui sembrerebbe una bellissima e giusta legge. Ma se si legge tra i commi si vede che, per avere diritto al bonus, bisogna aver lavorato non più di dieci mesi e non meno di tre nell’anno precedente guadagnando meno di 13.000 euro lordi l’anno. Sono esclusi i detentori di partita iva. In pratica, i criteri sono così stretti che è quasi impossibile rientrare tra i beneficiari della somma. La prova l’abbiamo avuta qualche giorno fa, proprio in contemporanea con la conferenza stampa del governo. Il nuovo sottosegretario al lavoro, il “responsabile” Luca Bellotti, ha letto – in risposta a una mia interpellanza – i veri dati del bonus.
In tre anni sono state presentate in totale 34000 domande (la misura non è stata minimamente pubblicizzata) e ne sono state accettate, dall’Inps, circa 9000. Sono stati spesi poco più di 20 milioni di euro. L’Inps, con un artificio contabile, ha persino ulteriormente ristretto i criteri. Rimangono nelle casse del governo circa 180 milioni di euro non spesi. Questo bel risultato avviene di fronte a oltre 150.000 precari che hanno perso il lavoro negli ultimi due anni. I criteri della legge sono assai lontani dalla realtà del mondo del lavoro del nostro Paese. Brunetta e bonus precari: due episodi diversi – ma strettamente collegati – che descrivono con efficacia come l’attuale governo abbia affrontato il problema precariato.
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