La crisi? Ristoranti e pizzerie saranno pieni ma nelle librerie non si vende un libro

di Marco Lodoli

I ristoranti sono strapieni, persino per avere in pizzeria il tavolino accanto ai bagni bisogna prenotare due giorni prima. Le agenzie di viaggi sono sommerse dalle richieste dei vacanzieri italian: gli alberghi in montagna, pianura, mare, collina, ai Caraibi o a Frosinone sono colmi fino all'orlo; aerei, navi, treni, torpedoni non hanno più uno strapuntino libero. Insomma, l'italiano si lamenta ma poi spende come sempre, più di sempre, ci assicura il nostro ammiraglio. Nessuno rinuncia a niente, neanche all'aperitivo delle sette, neanche al trentesimo paio di scarpe, alla sciarpetta di cachemire, alla poltronissima allo stadio. Fingiamo di essere poveri, ma siamo imbottiti di denaro, è evidente. Basta andare in giro per le strade delle nostre città, come fa ogni giorno il nostro capotreno, basta togliersi dagli occhi il prosciutto dei pregiudizi e della malafede. Insomma, la crisi esiste solo nel malumore dei disfattisti, del piagnisteo cronico degli infelici, nell'ipocrisia di chi "chiagne e fotte".


Non voglio addentrarmi in analisi statistiche, nel baratro dei numeri. Vorrei semplicemente che il nostro capitano coraggioso si facesse un giretto in qualche libreria. In fondo è un settore che dovrebbe conoscere bene, perché la Mondadori è sua e anche l'Einaudi, l'Electa eccetera eccetera. Entri e si fermi due minuti a parlare con un commesso, come mi è capitato di fare pochi giorni fa. Ecco cosa gli direbbe: "Cavaliere, mi creda, non si batte un chiodo, non si stacca uno scontrino, non si vende un libro. E sa perché? Ora glielo spiego, due minuti, non di più, so che è molto impegnato.


Punto primo: la gente ha la testa altrove, pensa ai guai che si ritrova a casa, alle nuvole nere sopra la testa, ai figli che non trovano lavoro, ai risparmi che svaniscono. Punto secondo: la cultura ha perso fascino, diciamocelo francamente Cavaliere. E' un articolo che non interessa, che non incontra. Roba vecchia, da professori noiosi, da zitellacce, da gobbi leopardiani, roba di cui nemmeno la televisione parla mai, e se non ne parla ci sarà un motivo, no? Punto terzo: i giovani in libreria non ci entrano nemmeno se li paghi. Nemmeno se dentro a ogni libro ci metti cinque euro per incentivo.


I lettori ormai sono una piccola tribù di Grigioni, occhialuti tra i cinquanta e i settanta anni, pensionati fuori dal mondo reale. I giovani sono stati educati a divertirsi, a sentire l'adrenalina che fiotta, a fare mucchio con gli amici. Nessuno vuole più ammorbarsi da solo in cameretta con un mattone di Flaubert tra le mani. Ecco fatto, Cavaliere, ora ha capito? Venda le sue case editrici prima che sia troppo tardi, prima che ci piova dentro. Dia retta a me, quest'anno è stato un massacro, mica come i ristoranti e le agenzie di viaggio che vanno a gonfie vele, qui si respira aria di cimitero. Arrivederci Cavaliere, e se le serve un esperto di marketing non conti su di me: io non vendo più neanche i libri di ricette, io passo le giornate a fare cruciverba e ad ascoltare Radio Tre, gente colta, antica, inutilmente complicata".

07 novembre 2011
 
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