Quanto male ha fatto a una generazione (o anche due o tre) il consumismo? La risposta dalle violenze di Londra

di Marco Lodoli

A volte la cronaca funziona come grande semplificatrice: prima si parla, si obietta, si critica, si dibatte, ci si intorcina in teorie che sulla carta dei giornali sembrano tutte buone, poi per fortuna un evento, proprio come la spada di Alessandro, taglia di netto l’intricatissimo nodo verbale. Così, per qualsiasi discussione su adolescenza e consumismo, sottocultura e desideri indotti, ignoranza violenta e accecamento da vetrine, dobbiamo gioco forza ripartire dalle sommosse e dai saccheggi londinesi. Quella è la prova provata di quanto male abbia fatto a una generazione o forse anche a due o tre l’ipnosi pubblicitaria, il veleno inoculato dalla brama attraverso lo scintillio delle merci.


Chi ha, si sazia, almeno per un poco. Chi non ha, frigge sulla graticola del desiderio, che come dicevano Leopardi e Shopenhauer è la spinta primaria di ogni creatura vivente. Il mondo occidentale ha capito questa verità ontologica e ci ha fondato sopra il suo impero. Per accettare l’insensatezza della vita, bisogna solo ardere di voglie brucianti. E l’industria campa su questa febbre, sforna prodotti di continuo, getta nelle fauci della bestia qualsiasi cosa la possa sfamare per un minuto. Ma chi non ha niente aspetta solo l’occasione buona per prendere. Ideali, utopie, sensi di giustizia, di fratellanza, di partecipazione sono solo bromuro sul desiderio, pensieri che rallentano la tigre.


Per questo sono stati sepolti in fretta, magari con un bel funerale e tanti bei discorsi. Restano le uniche cose che contano davvero: il telefonino oltre il vetro, le scarpe nuove per distanziare la miseria interiore, le maglie firmate, i televisori al plasma, gli Ipod e gli Ipad, la carne macinata per la bestia. E così i giovani inglesi, colpevoli, ma non quanto i loro padri e i loro fratelli maggiori, hanno spaccato tutto per placare l’ansia di non essere niente. La merce ti marchia, ti rallegra, ti solleva dall’anonimato, ti dà un ruolo e una credibilità nel gruppo dei disperati. Ecco cosa ha prodotto la sottocultura gettata a palate di sterco nelle periferie più cupe. Ha concimato la terra secca dell’insoddisfazione e l’ha resa grassa, verminosa, affamata: da quella terra escono i teppisti che ci spaventano, ma che sono il prodotto inevitabile di vent’anni di avidità e cinismo politico.


Chi ha trattato i ragazzi come animali, ora deve temere i loro morsi e le loro zampate. Chi ha insegnato che solo il possesso delle merci più belle rende la vita degna di essere vissuta, ora trema davanti ai saccheggi e agli incendi. “Cria cuervos y te sacaran los ojos”, dice un proverbio spagnolo: alleva i corvi e ti beccheranno gli occhi. Un notizia per concludere: in una strada devastata dai furti solo un negozio è rimasto indenne, una piccola libreria.

30 agosto 2011
 
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