Riforma delle pensioni, non per far cassa per equità

di La Voce.info

Tra i provvedimenti più urgenti che possono arrestare la drammatica crisi di credibilità del paese, c'è ai primi posti una definitiva riforma delle pensioni. Che deve superare i trattamenti d'anzianità, essere equa e semplificare la giungla di regole introdotte negli ultimi anni. Occorre estendere le regole del sistema contributivo a tutti i lavoratori. Per uniformare le regole di pensionamento fra categorie, sessi e generazioni diverse, salvaguardando i diritti acquisiti per chi va in pensione a partire dai 65 anni di età. Sulla base di esempi concreti vediamo come si possono raggiungere questi obiettivi.


I mercati e la troika che ormai monitora le politiche economiche nel nostro paese - Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale- ci chiedono una riforma delle pensioni. Può essere un'opportunità per fare un'operazione che non solo porti a ridurre il peso della spesa previdenziale sulla spesa corrente primaria (salito fino al 40 per cento dopo la Grande recessione), ma anche e soprattutto a superare le palesi iniquità del sistema attuale, a incoraggiare una maggiore partecipazione al lavoro fra gli ultra-cinquantacinquenni e a semplificare la giungla di trattamenti, di regimi diversi che si è venuta a creare con i tanti micro-aggiustamenti apportati al sistema negli ultimi 15 anni. Prima di illustrare le nostre proposte, è bene richiamare brevemente le iniquità del sistema attuale.


Le pensioni dei giovani - Diversi quotidiani nei giorni scorsi hanno dibattuto sulle pensioni future dei giovani ponendo l'accento sui "tassi di rimpiazzo" (rapporto tra prima pensione e ultimo salario). Peccato che questi calcoli si basino su (i) ipotesi irrealistiche per quanto riguarda la crescita del Pil potenziale, (ii) non tengano conto degli effetti delle frequenti interruzioni di carriera sulle prestazioni pensionistiche nell'ambito del regime contributivo, e (iii) non mostrino mai i livelli assoluti delle prestazioni limitandosi a mostrare il rapporto tra pensione e ultima retribuzione.
La tabella 1  mostra che per un giovane che ha cominciato a lavorare a 23 anni dopo il 1996 (e quindi è soggetto interamente al sistema "contributivo" nel quale è rilevante il valore totale dei contributi effettivamente versati), se pure i tassi di rimpiazzo fossero intorno al 70 per cento - la pensione potrebbe non eccedere  i 1.000 euro al mese.  Se andasse in pensione a 64 anni avrebbe appena 900 euro!!  Per un lavoratore giovane non possiamo considerare a normativa vigente una uscita a 61 anni , ma è chiaro che si avrebbe una pensione che non raggiungerebbe neanche gli 800 euro al mese con tassi di rimpiazzo inferiori al 60 per cento. C'è quindi un problema di equità intergenerazionale che deve essere affrontato nel rimettere mano al nostro sistema pensionistico.


La nostra proposta - Come già da tempo proposto su questo sito, è fondamentale armonizzare tutti i trattamenti ai principi del sistema introdotto nel 1995, vita lavorativa secondo principi di equità attuariale e garantendo flessibilità alle scelte di pensionamento, permettendo a chi decide di ritardare l'andata in pensione di ottenere quiescenze più alte. È un modo per rispondere a esigenze diverse e a diverse lunghezze auspicate (o imposte dal mercato del lavoro) della vita lavorativa, sia per gli uomini che per le donne, sia per i dipendenti pubblici che per i privati. In questo modo si può tener conto del fatto che i tempi del lavoro e del non-lavoro sono diversi non solo tra uomini e donne, ma anche tra le persone dello stesso sesso, cioè tra le donne e gli uomini che hanno fatto scelte diverse in quanto a responsabilità famigliari, carriere lavorative, redditi per la vecchiaia e durata del loro impegno professionale. Questo valorizza il lavoro e permette di ridurre la spesa pensionistica al tempo stesso.
Il regime contributivo, inoltre, scoraggia il lavoro irregolare in quanto fa dipendere l'ammontare delle pensioni future dai contributi versati fin da quando si è iniziato a lavorare. È un fatto importante per un paese come il nostro, con un'economia informale molto estesa.


Come passare a regole uguali per tutti - La riforma che andrebbe attuata subito consiste nell'estendere le regole del sistema contributivo a tutti i lavoratori. È un modo di uniformare le regole di pensionamento fra categorie, sessi e generazioni diverse. Il tutto salvaguardando i diritti acquisiti per chi va in pensione a partire dai 65 anni di età.


Questo significa essenzialmente due cose. Primo, per i lavoratori che secondo la normativa attuale potrebbero solo accedere alle pensioni di vecchiaia, a partire da 65 anni, la riforma implica che l'importo della pensione, da qui in poi verrà calcolato in base a correttivi del tutto analoghi a quelli introdotti dalla riforma del 1995 (sulla base dell'ultima revisione dei coefficienti di trasformazione, aggiornati periodicamente in base alle disposizioni previste dal 2007). Questo cambiamento incide sui lavoratori attualmente soggetti interamente al sistema retributivo- quei lavoratori che nel 1995 avevano più di 18 anni di contributi versati – oppure alla quota "retributiva" dei lavoratori soggetti al sistema misto. Il secondo effetto di questa riforma è cambiare per tutti le regole sull'età di pensionamento in modo da rimuovere le asimmetrie di trattamento fra uomini e donne, dipendenti pubblici e privati. Chi, con le regole attuali, avrebbe potuto andare in pensione prima dei 65 anni di età in particolare con la regola delle "quote", potrà ancora farlo dopo aver raggiunto almeno 62 anni, ma con pensioni più basse se andrà in pensione prima di aver raggiunto 65 anni o più alte se andrà in pensione più tardi, fino a 70 anni. Le riduzioni (o incrementi) verranno calcolate sulla base dei coefficienti di trasformazione e dei loro aggiornamenti. Allo stato attuale si tratta di circa un 4 per cento in meno (in più) per ogni anno di anticipo (posticipo) rispetto al raggiungimento dei 65 anni di età. Questo significa che anche i lavoratori con 40 anni di anzianità contributiva, pur dovendo attendere fino ad almeno 62 anni per andare in pensione, verranno in parte compensati per questo prolungamento forzoso della loro vita lavorativa dall'aumento della loro pensione. Con le regole attuali, invece, ogni anno in più di lavoro non avrebbe loro fruttato alcun incremento nelle quiescenze future.


In questo senso la nostra riforma considera tutto l'arco della vita poiché ricevono rate più elevate di pensione coloro che ne godranno per un numero inferiore di anni e viceversa. Dato che la crisi ha fortemente intaccato i patrimoni di molti e l'unico modo di ricostruirli è lavorare di più, molti lavoratori potrebbero vedere di buon grado uno scenario in cui vanno in pensione più tardi ma con una pensione più pesante di prima, anche a parità di stipendio.
La forbice 62-70 anni si ottiene tenendo conto dell'allungamento della vita rispetto al 1995, quando è stato introdotto il sistema contributivo nel nostro ordinamento, e del prolungamento indotto dal sistema delle finestre oggi in vigore. Questa gamma di età poi si sposterebbe gradualmente verso l'alto in base agli aggiornamenti delle tavole di mortalità dell'Istat, come del resto già previsto dal nostro ordinamento. Questa sarebbe la riforma definitiva del nostro sistema previdenziale nel senso che chiuderebbe la transizione al sistema contributivo, che è sostenibile nel lungo periodo, senza richiedere alcun'altra modifica.


Una riforma per aumentare il lavoro - Si ritiene spesso che i lavoratori italiani vogliano andare in pensione il prima possibile, ma non è così. Il 50 per cento di loro non va in pensione appena maturati i diritti e questa percentuale è destinata a salire quando ai lavoratori venissero offerti incrementi nelle quiescenze future per ogni anno di lavoro in più. Inoltre, completando il processo di riforma verrebbe meno un altro potente stimolo ad andare in pensione prima possibile: quello di evitare di rimanere intrappolati nell'ennesima arbitraria riforma delle pensioni.
Non si dica che questa riforma renderebbe più difficile il riassorbimento della disoccupazione giovanile. Al contrario, come mostra l'esperienza internazionale, gli ultra-sessantenni hanno un ruolo cruciale nel facilitare l'ingresso produttivo dei giovani nel mondo del lavoro. Del resto basta guardare a casa nostra per rendersi conto che abbiamo due primati poco invidiabili: quello della quota più alta di giovani che non lavorano e non studiano al tempo stesso (come discusso nel secondo capitolo) e quello di chi ha vite lavorative più brevi. Lavorando più a lungo possiamo ridurre la pressione fiscale che grava sui giovani e aumentare assunzioni e rendimento dell'istruzione fra chi ha meno di 24 anni.


I trattamenti pensionistici con questa riforma - Dei molti casi che si potrebbero presentare, ne abbiamo scelti due esemplificativi: del Signor Rossi, che inizia a lavorare a 23 anni nel 1974 e del Signor Bianchi, che inizia sempre a 23 anni ma nel 1996. A questi due casi applichiamo la normativa vigente e mostriamo gli effetti della nostra proposta solo nel primo caso (Rossi) per rendere evidente il principio dell'equità.
Tutti gli esempi considerano il medesimo profilo salariale lungo l'arco della vita, basato sui dati di un individuo "medio",  che inizia con 840 euro mensili e raggiunge circa 1700 euro dopo 35 anni di carriera fino a 1770 euro dopo 40 anni di carriera. Il profilo non è "lineare" ma è tipicamente con una fase di crescita e una successiva stabilizzazione dopo i 40 anni fino a raggiungere un picco tipicamente intorno ai 50 anni (come si osserva nella realtà).
Il medesimo profilo viene traslato nel tempo a seconda della data di nascita utilizzando valori monetari tutti in termini reali. In questo modo si pongono i due lavoratori "sullo stesso piano" pur appartenendo loro a generazioni diverse.
Per ciascun caso è interessante considerare diversi risultati:


La prima rata di pensione, che rappresenta il risultato più diretto del calcolo pensionisticoil tasso di rimpiazzo (il rapporto tra prima pensione e ultimo salario)la "ricchezza pensionistica lorda" cioè il valore scontato all'età di pensionamento dell'intero flusso di pagamenti che il pensionato riceverà fino ad una sopravvivenza "media" che abbiamo ipotizzato a 84 anni. La ricchezza pensionistica non è solo una misura di "valore della pensione" per il lavoratore, ma anche di "debito" del sistema previdenziale nei confronti del lavoratore stesso.


Il signor Rossi - Il Signor Rossi ha cominciato a lavorare nel 1974 a 23 anni, è quindi in un regime completamente  "retributivo" (ma si applicano comunque due quote di calcolo della pensione una pre-1993 e una post-1993). Con le regole attuali Rossi può andare in pensione di anzianità a 62 anni (avendo fatto domanda a 61 anni a quota 97 con 38 anni di contributi) e potrà percepire una prima pensione di  1.342 euro con un tasso di rimpiazzo del 76 per cento circa (1). Se invece Rossi aspetta fino ai 65 anni avrà una rata di pensione (riscossa a 66 anni) più alta e anche un tasso di rimpiazzo leggermente più elevato, ma interessante notare che la sua ricchezza pensionistica lorda diminuisce perché la pensione è goduta per un numero di anni inferiore.
La nostra proposta applica dei correttivi attuariali alle rate di pensione che sono il più possibile aderenti ai coefficienti di trasformazione della Legge del 1995 [1]. Se il lavoratore va in pensione a 65 anni (cioè ottiene la pensione a 66) non ci sono correttivi e riceve lo stesso trattamento della normativa vigente, per ogni anno di anticipo rispetto ai 65 anni si riduce la rata di pensione, mentre dopo i 65 anni la rata di pensione aumenta.  In media il correttivo è del 4 per cento  annuo, con una riduzione massima del 16 per cento totale a 62 anni (avendo fatto domanda a 61 anni). Da notare che per le regole di uscita sono state mantenute le regole vigenti.
Il primo risultato è che ovviamente la pensione a 62 anni si riduce (1.149 euro contro 1.342 euro) e anche il tasso di rimpiazzo. Il dato interessante è che la ricchezza pensionistica a 62 anni è molto più vicina al valore che si avrebbe a 65 anni e questo riflette l'equità attuariale della proposta. Interessante anche notare che a 69 anni il lavoratore riceverebbe una pensione più alta di quanto non otterrebbe con le regole retributive grazie all'incentivo attuariale, mantenendo così "invariata" la sua ricchezza pensionistica che invece crolla per un lavoratore che posticipi il lavoro nel regime retributivo.


Il signor Bianchi - Bianchi ha cominciato anche lui a lavorare a  23 anni ma dopo il 1996 (è quindi un "contributivo" puro che andrà in pensione sulla base del valore dei contributi effettivamente versati e secondo la normativa vigente) (2), inoltre Bianchi in questo caso ha una carriera piena. Un primo fatto è che Bianchi non potrà andare in pensione prima dei 64 anni (avendo fatto domanda a 63 anni). Inoltre, se da un lato è vero che il tasso di rimpiazzo di questo giovane lavoratore a 66 anni non sarà drammaticamente più basso di quello di Rossi (71 per cento contro 79 per cento) è da notare che il livello della sua pensione a 66 anni è ben inferiore al livello di pensione di Rossi a 62 anni, per non parlare della ricchezza pensionistica. Se poi la sua carriera è intermittente – con alcuni anni di "buco" – Bianchi non potrà godere della pensione in ogni caso prima dei 65 anni e il livello della pensione (ricevuto a 66)  sarà appena sui 1.000 euro. Non presentiamo il caso in cui Bianchi andasse in pensione a 64 anni (riscuotendo a 65 anni) con appena 900 euro !!!


(1)   In realtà raggiunge i requisiti anche a 60 anni a quota 96, ottenendo la pensione a 61 anni, ma per il nostro esempio è meglio considerare tutto spostato di un anno in avanti.
(2)   Le penalizzazioni (incentivi) sono ulteriormente corrette per tenere conto che la promessa dell'1,5 per cento implicita nella Legge del 1995 non è sostenibile.

09 novembre 2011
 
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