Mettersi in gioco significa rimettere in circolo le energie: nel Web questo accade sempre più

di Carlo Infante

“Mettersi in gioco”’è un bel modo di dire. Esprime una delle qualità più importanti che sottendono l’interazione umana: la disponibilità. E’ come se rispondessi a chiassosi e festanti amici, giunti a reclamarmi alla finestra: ”dai! ...scendi!”. “Ci sto, eccomi”.. come accadeva per i cortei di una volta. “Ci sto, eccomi”.


Ci stai, ti metti in gioco, anche se in cuor tuo vorresti stare un po' tranquillo, in pace, magari a leggere, a studiare, ad ascoltare della musica. E invece no. "Ci sto, eccomi", mi dico, prendo e mollo tutto. Vado a giocare, a stare con gli altri, a vedere il mondo, a scoprire qualcosa, o a far accadere qualcosa. Sì, come nei cortei di una volta. E' un po’ come rompere la logica consequenzialità della situazione data, quella della nostra quotidianità, per spostarsi su un altro piano, per cercare, per cambiare punto di vista. E farsi trovare, rompere una stasi, rimettere in circolo delle energie.


Oggi tutto questo accade nel web, sempre più. Ti fai trovare connesso. Push e Pull, si spinge e sei spinto, prendi e dai informazioni, emozioni e relazioni. Nella centrifuga generale c'è la quantità e la qualità. Emerge sia il rumore di fondo che l'eccellenza dell'empatia ritrovata. Trovi quello che non avresti mai trovato in una biblioteca, perdi il filo del discorso e sei contento d'averne scoperto un altro per caso. Questa è Serendipity.


Il web è un mondo nuovo che induce trasformazione, mutazione radicale dei comportamenti: delle domande che rivolgi al mondo. Ma perché accada qualcosa di significativo devi metterti in gioco. Mollare certe riserve. Darti una mossa, attivare quella mobilità psicologica che viaggia attraverso la disponibilità Una mobilità psichica che io esprimo per via di un'esperienza formativa che mi ha segnato, vivendo i movimenti rivoluzionari, politici e culturali. E' per questo che oggi, occupandomi della rivoluzione digitale in atto, trovo fondamentale cercare una misura di relazione tra la nostra evoluzione culturale e le nuove tecnologie della comunicazione. Si cresce nella complessità del mondo, con le sue contraddizioni. Di questa complessità oggi fa parte, e ne farà parte sempre più, Internet con i nuovi media interattivi.


Mettersi in gioco, per me, è seguire l'andamento della mutazione digitale dal di dentro, cogliendone le peculiarità antropologiche. Un lavoro che esprimo non con un ruolo istituzionale (anche se ho insegnato per anni nelle Università di mezza Italia), ma con quello del critico militante (un ruolo più condensato, per intensità d'analisi e coinvolgimento, rispetto a quello del giornalista) che da più di trent'anni segue da vicino la sperimentazione dei linguaggi, in relazione all'elettronica prima e oggi al digitale.


Sono partito come critico teatrale, occupandomi dei linguaggi che partono dal corpo, il nostro medium naturale, sollecitato ad entrare in relazione con i nuovi ambienti artificiali. Ne ho viste di esperienze radicali, forse troppe. Adesso però mi metto in gioco ancor di più, perché quello che allora si era presagito (secondo la pre-visionarietà propria dell'Avanguardia) rispetto alle modificazioni psicologiche indotte, oggi s'invera su larga scala. E' l'intera società ad essere investita dall'onda tecnologica ed emergono sia pericoli sia opportunità. In questo mio lavoro di ricognizione contemplo, fondamentalmente, il valore dell'impegno personale, etico e civile, sostanzialmente politico. Ed è proprio questa, la politica, a rivelarsi il vettore principale della mutazione. La politica si ibrida con la poetica dei comportamenti sollecitati dalle nuove reti di relazione espanse nei social network. Non resta che mettersi in gioco, rilanciando questo motto emblematico di Friedrich Nietzsche "Non conosco altro modo più serio di affrontare i problemi della vita che non sia il gioco".

16 giugno 2011
 
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