"Il posto fisso, che monotonia": sull'ineffabile inconsapevolezza di Monti

di Christian Caliandro

L’ineffabile amore per la tempistica del nostro seminuovo superpresidente del Consiglio ha colpito ancora. Ci ha informati infatti che il posto fisso non esiste più, e che in ogni caso è una vera monotonia. Si può anche in parte essere d’accordo: ma, con un’infinità di ma. Senza insistere sulla delicatezza di dire una cosa del genere il giorno dopo che l’ISTAT ha certificato la disoccupazione di un giovane su tre (come ha puntualmente notato la brava e giovane Benedetta Tobagi), è proprio l’apparente inconsapevolezza delle condizioni in cui vivono – o non vivono – due o tre generazioni italiane a colpire.


O forse, non si tratta semplicemente di inconsapevolezza: con ogni probabilità, c’è di più, e di peggio. Perché qui stiamo parlando del disinteresse, pressoché totale, per quello che si configura come un vero e proprio massacro sociale, perpetrato ai danni delle suddette generazioni. Va anche bene, infatti, prendere atto delle mutate condizioni del lavoro nel XXI secolo: il problema, però, è che l’Italia non si trova – almeno al momento – nel XXI secolo. Dovete immaginare un’intera società che si attarda ancora dalle parti del basso medioevo (XII-XIV secolo), tra corporazioni, conventicole, caste & lobby: tutto questo, nell’epoca della cultura 2.0 ed in generale della più grande trasformazione storica ed economica dai tempi della Rivoluzione Industriale. Altrove, certo, il privilegio è tollerato: qui, è assurto a sistema inamovibile da tempo immemorabile.


Con ogni evidenza, è una situazione del tutto insostenibile. Non si possono infatti sostenere le magnifiche sorti e progressive della mobilità (e del precariato), senza le dovute garanzie e i contrappesi, le counter-balances. Lì dove la mobilità è un valore, i lavoratori (soprattutto quelli giovani) non vengono affatto abbandonati a se stessi quando perdono il posto; e, tanto per dirne una, proprio perché non hanno la sicurezza del posto fisso, guadagnano DI PIU’, non di meno rispetto ai colleghi a tempo indeterminato. Non si può pretendere il precariato a vita dai giovani, conservando al tempo stesso pressoché intatti  vantaggi ingiusti per tutti gli altri, che pensano di poter continuare tranquillamente a vivere al di sopra delle proprie possibilità – con qualche minimo disagio.


D’altra parte, lo ha detto anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rarissimo esempio di uomo forse non più giovane nel corpo, ma giovanissimo nella mente e nello spirito: “non escludo che dalla crisi l’Italia possa uscire materialmente impoverita ma l’importante è che esca più sobria e più giusta”. Aggiungendo: “Ci sono spinte troppo conservatrici presenti nella nostra società. Non si può andare avanti come si è andati avanti per decenni. Non si può continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità, come è avvenuto, anche se ciò non vale per tutti i ceti sociali. Molto deve cambiare, non solo rispetto a 40 anni fa, ma anche a 20 anni fa, nei comportamenti”. Chapeau.


In Italia, invece, abbiamo praticamente da sempre – ma il fenomeno ha assunto proporzioni abnormi proprio negli ultimi dieci/quindici anni – una propensione irresistibile ad accogliere regolarmente il peggio dagli esempi e dai modelli stranieri, espungendo e rimuovendo gli aspetti positivi collegati a questo peggio. Questo ha significato, in buona sostanza, abbandonare una tradizione comunque solida (nonostante gli sprechi e le inefficienze), basata per esempio sul valore inestimabile della competenza, del
sapere, dell’eccellenza, per sostituirla con una di oro finto e di cartapesta, tutta calata nel territorio della rappresentazione e sganciata dalla realtà dei fatti. Dunque del tutto inservibile, e pure dannosa, in tempi difficili come questi.


C’è infine un altro problema, ancora più critico e connesso a tutti gli altri. La questione generazione è e sarà, nei prossimi venti anni almeno, al centro dei processi politici e sociali dell’Italia: come è stato da più parti notato, il conflitto generazionale ha sostituito la lotta di classe. Qui invece abbiamo una classe politica (politico-tecnica? tecnico-politica?) appartenente ad una generazione molto avanti negli anni (il governo italiano ha infatti la più alta età media d’Europa: 63 anni; Mario Monti a marzo compirà 69 primavere) che sta prendendo decisioni importantissime, essenziali, sul futuro. Un tempo che, per ragioni puramente anagrafiche e biologiche, non gli appartiene: ma che loro stanno determinando, in maniera forse irreversibile.


E lo stanno facendo attraverso griglie interpretative e prospettive costruite trenta, quaranta anni fa (!), che inevitabilmente si riferiscono ad un mondo scomparso. Che non esiste più. Detto in parole povere: questi decisori hanno come obiettivo quasi unico la perpetuazione di un sistema economico, sociale e politico giunto al capolinea, il prolungamento dell’agonia di un’epoca nei fatti già conclusa. Morta e sepolta. Invece di creare le condizioni perché tutti affrontino al meglio l’epoca nuova che inizia, che è iniziata. Di certo, essi non sono assolutamente interessati al mondo del 2022 o del 2032: per il semplice, incontestabile fatto che quel mondo non li riguarda. Interessa moltissimo invece noi. Ed a noi appartiene.

03 febbraio 2012
 
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