"Warrior", ovvero Rocky al tempo della crisi globale: un nuovo fenomeno di massa

di Christian Caliandro

In queste settimane davvero impegnative – che stanno dando corpo e sostanza, in maniera più sotterranea che immediatamente evidente, ad una riconfigurazione radicale dell’immaginario collettivo – è nelle sale cinematografiche un film che, partito tutto sommato in sordina, si sta rivelando un fenomeno di massa.


Si tratta di Warrior, diretto da Gavin O’Connor – il quale si era già distinto nelle sue ottime prove precedenti (Miracle, 2004, e Pride and Glory, 2008), ma che qui compie un salto quantico di potenza narrativa ed epica. Warrior è l’aggiornamento del primo Rocky (1976) al tempo della crisi economico-finanziaria su scala globale. Come nel modello, il racconto e il suo tono psicologico si riflettono nei paesaggi urbani gelidi e degradati. L’aspetto che viene fuori, prepotentemente e costantemente, è la disumanità di una crisi che dal piano economico e collettivo (astratto) si trasferisce crudelmente e senza soluzione di continuità su quello sociale e individuale (reale).


In questo scenario da incubo che riconosciamo come immediatamente familiare (perché è il medesimo in cui siamo immersi tutti, in questi anni e in questi giorni…) si collocano le figure dei tre protagonisti: i fratelli Tommy e Brendan Conlon (il primo disertore e sulla buona strada per la sociopatia, il secondo mite professore di fisica che combatte per salvare la sua casa), e il padre Paddy, veterano del Vietnam, ex-pugile ed ex-alcolizzato, colpevole di aver distrutto la sua famiglia.


Le storie dei personaggi sono unite dal mondo spietato e spettacolare della MMA-Mixed Martial Arts, disciplina di cui ovviamente i due fratelli sono campioni sconosciuti, e che funge da ‘collettore’ della narrazione. La sequenza dei combattimenti - secondo un dispositivo ormai classico che intreccia la saga di Rocky con quella di Karate Kid – guida lo spettatore nella scoperta del dolore, dei traumi nascosti, della paura nelle singole vite e nelle relazioni interrotte tra di esse.


L’addestramento durissimo e disumanizzante che Paddy ha imposto ai suoi figli durante la loro adolescenza, se da una parte ha infranto l’affetto e l’unità familiare, dall’altro li rende praticamente invincibili in un mondo già disumanizzato (è come se la distruzione generasse una forma perversa di costruzione, che a sua volta coincide con la distruzione): questo è infatti non solo un film della crisi, ma anche e soprattutto della fine.


La scena in cui Paddy Conlon, rifugiatosi per disperazione e per umiliazione nuovamente nell’alcol, vestito del solo accappatoio continua a ripetere angosciato: “Dio, salvaci! Aiutaci, Signore, ti supplico… Bastardi, Bastardi… Fermate la nave, bastardi! Che fate, fermatela… Fermate la nave… Per favore, fermate la nave… Qualcuno fermi la nave, la fermi!!!” è di quelle destinate a rimanere impresse a lungo, ed è una delle più strazianti del cinema degli ultimi anni.


Si aggrappa alla sua audiocassetta di Moby Dick (l’unico punto fermo, per lui, in un mondo e in un’esistenza in balìa della tempesta) proprio come uno che stia affogando, mentre suo figlio Tommy – che l’ha appena umiliato, vendicandosi dell’abbandono e dell’inadeguatezza del genitore (“questi non sono affari tuoi amico…risparmiati la parte del padre comprensivo, papà: non è proprio da te”) - infierisce. Tommy stesso si sente in colpa, perché non vorrebbe comportarsi così e perché sente che non è giusto, che deve pur esserci un’altra via d’uscita rispetto alla violenza, all’incomprensione, alla recriminazione.


È questo il senso della fine che pervade e percorre Warrior: “è troppo tardi: è successo tutto ormai.” L’amarezza disperante del rimorso. Il cortocircuito è così potente perché fotografa perfettamente la condizione di tutti, le emozioni violente che agitano ognuno di noi in questo momento. L’insicurezza assurta a paradigma. Il disorientamento. La sensazione profonda e la minaccia del fallimento.


Si salverà solo Brendan, che era tutto sommato già salvo dall’inizio proprio perché aveva saputo allontanarsi dal padre e dal fratello distruttivi, e costruire una vita matura ricca di amore e di solidità: a sua volta, Brendan consolerà Tommy – che non sembra redimersi, almeno non nel senso narrativamente tradizionale. I due fratelli sono, dall’inizio e fino in fondo, il lato oscuro e quello, per così dire, chiaro della crisi.


E la consolazione - intesa nel suo senso più alto e completo – è forse l’unica cosa che ci resta.  L’unica da cui ripartire.

16 dicembre 2011
 
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