

Anche al netto della spiacevolissima presenza di antagonisti e insurrezionisti –che pure sono un’impresentabile escrescenza ma non un corpo così estraneo-, il movimento dei cosiddetti indignati –come i suoi fratelli maggiori- mi sembra nascere da un madornale equivoco. Le sue ragioni sono incontestabili, il disagio e le sofferenze causati da finanza e politica non possono minimamente essere sottovalutati, e anche la rabbia che ne deriva è più che legittima. Ma –ecco qui il problema- qui da noi c’è la tendenza a considerare il disagio, la sofferenza, la disfunzione, come valori. C’è tutto un modello di pensiero che tutte queste cose, e la stessa povertà, le vede come una virtù.
Ma non è così, niente affatto: disagio, sofferenza, povertà, sono condizioni che meritano di essere riscattate, ma che non possono essere beatificate. Fanno parte del problema, non contengono alcuna soluzione. Se alla fine questo movimento si appiattisce sulla testimonianza del disagio e non sembra in grado di presentare alcun progetto, alcuna idea inventiva, temo che la ragione sia proprio quella, che ci si è abituati a pensare che il disagio sia già di per sé un valore. Da dove ha origine questa sconclusionatissima attitudine, quando è assolutamente inequivocabile che ogni grande conquista, ogni evoluzione umana, è sempre nata non certo da un disagio ma da una spinta espansiva, dalla volontà di mettere al mondo qualcosa di più ricco e più avanzato?
La risposta mi sembra tutto sommato semplice: qui da noi, molto più che altrove, pesa la storica influenza del pensiero cattolico, tutto quel campionario di beati i poveri, gli ultimi saranno i primi, e così via (di cui il pensiero comunista è in fondo un’estensione). Sia chiaro: ho il massimo rispetto per chi concretamente aiuta chi è più svantaggiato, gli mostra solidarietà, lo aiuta a riscattarsi o quanto meno ad alleviare il peso di tante sofferenze, difende i diritti individuali e sociali. Il problema sorge quando tutto questo –che è assolutamente ammirevole oltre che necessario- pretende di affermarsi come unità di misura.
Perché in questo modo –attribuendo un particolare valore a chi è disagiato e sofferente- si è alimentata l’idea che le soluzioni alla propria condizione siano dovute, e che ce le si possa aspettare dall’esterno, da qualche autorità celeste o terrena. Tutto questo ha provocato un forte indebolimento del senso di responsabilità personale: nessuna sorpresa, allora, che –in Italia più che altrove, molto più che nelle culture anglosassoni, nordiche e orientali- i movimenti sociali e in generale i modelli di pensiero siano propensi molto più alla critica che alla costruzione, molto più a rivendicare soluzioni al proprio disagio che a sforzarsi di elaborare progetti, idee, strategie che funzionino meglio di quelli che giustamente si mettono sotto accusa. Che loro –la finanza, le banche, la politica- siano brutti e cattivi lo abbiamo capito da un pezzo: ma per essere davvero buoni, bravi e belli, noi non possiamo accontentarci di ripetere che loro sono brutti e cattivi, ma dobbiamo prenderci la responsabilità di creare qualcosa.
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