

Quando io sostengo che viviamo in un’epoca di evoluzione senza precedenti e qualcuno invece che c’è crisi e declino; quando dico che Facebook è uno straordinario esperimento antropologico e qualcuno che è un passatempo futile e anzi pericoloso; quando racconto che l’allargamento delle nostre possibilità di scelta è la principale unità di misura e qualcuno obietta che troppa scelta è stressante e dispersiva; quando mi entusiasmo davanti alle nuove scoperte scientifiche –la possibilità ad esempio di leggere il nostro dna personale- e qualcuno mette in guardia contro i loro rischi; e tante altre cose così: ecco, se c’è una cosa sbagliata davanti a tutto questo sarebbe mettersi a stabilire chi ha ragione e chi torto. Perché è chiaro che entrambi abbiamo ragione, entrambi vediamo qualcosa di assolutamente reale.
No, non sto scivolando nel relativismo che mette tutto sullo stesso piano. Alla mia visione rivendico un valore più sostanzioso. Perché noi che vediamo la spinta evolutiva non è che non vediamo le sue controindicazioni, i problemi e le disfunzioni, mentre chi si concentra su problemi e disfunzioni quasi mai riesce a vedere l’evoluzione. Non è una differenza da poco: nell’intera storia umana, davanti a ogni innovazione c’è sempre stata una vasta porzione di persone che diffidava del mutamento, che lo vedeva appunto dalla parte di quello che andava perduto e non da quella delle opportunità che si aprivano. Ma alla fine nessuno può negare che quelle innovazioni e quei mutamenti hanno migliorato la nostra condizione.
No, non si tratta soltanto di banale ottimismo e banale pessimismo. Credo che questi diversissimi modi di relazionarsi con i mutamenti siano il riflesso di un’attitudine complessiva verso il mondo e la vita. E credo poi che tutto dipenda da dove e come si guarda. C’è una vecchia storia cinese che parla di una rana in fondo al pozzo che da lì vede soltanto una piccola fetta di cielo e pensa che quello sia tutto quanto il cielo: ecco, credo che per tanti funzioni proprio così, si vede il piccolo mondo che si ha intorno e si pensa che quello sia tutto il mondo. Forse anche io faccio così, quando entusiasticamente racconto di tanti esseri umani che i mutamenti comunicativi, tecnologici, scientifici, paradigmatici, comportamentali, li vivono in modo inventivo ed evolutivo. La differenza è che quelle che ho intorno a me sono centinaia di persone non racchiuse in qualche microcosmo chiuso, ma che anzi si muovono in realtà assolutamente molteplici.
Se poi si guarda alla “gente”, al pubblico generalista, è inevitabile non vedere alcuna evoluzione, anzi è inevitabile vedere il lato oscuro dell’evoluzione, perché non è mai lì che l’evoluzione va in scena. E’ perfettamente naturale che ogni grande mutamento si compia su ritmi diversi, su diverse lunghezze d’onda. La differenza è che oggi a impadronirsi dei mutamenti e a trasformarli in miriadi di gesti quotidiani non sono più piccole avanguardie ma milioni di esseri umani. Meno, molti meno, di quanti i mutamenti li guardano diffidandone: ma questi milioni di umani con un’attitudine espansiva si stanno ogni giorno moltiplicando, sono l’irresistibile tendenza evolutiva. E’ lì che si deve guardare, se si vuole davvero vedere dove sta andando il mondo.
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