

Sì, è chiaro che la crisi economica non è soltanto una tempesta estemporanea, che i poteri politici e finanziari non sembrano in grado di proporre alcuna soluzione, e che anche psicologicamente negli Stati Uniti si respira una brutta aria: ma se siete fra quelli che da tutto questo deducono –alcuni con una certa preoccupazione, altri scodinzolando dal piacere- che per l’impero americano è arrivata l’ora dell’inesorabile declino, allora ho una notizia per voi: vi state sbagliando, grossolanamente.
Perché nel caso dell’America -è questo il madornale errore che commette chi va cedendo alla suggestione del crollo dell’impero- non è all’economia che si deve guardare. Voglio dire che tanto chi racconta che se tutte le invenzioni fondamentali degli ultimi decenni vengono da quelle tre ore di fuso orario fra l’Atlantico e il Pacifico è perché lì c’è il denaro, quanto chi adesso vede appunto lo spaventoso debito pubblico come causa del tramonto di una superpotenza imperiale, ecco a queste posizioni sfugge la peculiare unicità americana.
In uno splendido libro che si chiama A Renegade History of the United States, Thaddeus Russell mette suggestivamente a fuoco che tutte le grandi conquiste tipicamente americane sono state generate da avventurieri, prostitute, giocatori d’azzardo, personaggi ai confini –e oltre- della legge. Provate a pensarci: negli Stati Uniti non ci sono mai stati imperatori, re, autorità religiose, né sistemi di potere feudali. La mitologia della frontiera, della continua ricerca di spazi inesplorati, si è creata proprio perché nel dna americano non ci sono grandi capitali: gli insediamenti territoriali, i poteri forti, sono arrivati molto più tardi.
Non dico che il denaro non conti nulla, figuriamoci. Ma guardate che le grandi invenzioni americane –dalle nuove tecnologie alla ricerca scientifica fino a tutti i linguaggi comunicativi- sono nate nei garage, da ragazzacci forse non indigenti ma con le tasche tutt’altro che piene. Se il mito americano ha conquistato l’immaginario del pianeta è innanzitutto per queste cose –Apple e Facebook, il rock e il cinema e la tv e gli sport e così via- molto più che per il potere economico. Bene, nessuna di queste cose è nata e cresciuta dipendendo da sovvenzioni e finanziamenti: se pensate dunque che la tipica inventiva di frontiera americana declinerà con il dilagare della recessione e dei debiti con la Cina, lasciatevi dire che siete totalmente fuori strada.
Lo ha detto qualche tempo fa anche James Hillman- ultraottantenne padre della psicanalisi archetipica-, che a salvare l’America sarà la cultura pop. Perché questa voglia di costruire novità, di spingersi al di là dei confini, è connaturata ai modelli di pensiero e alle forme di vita americane. Per ogni punto in meno a Wall Street, per ogni restrizione del bilancio statale, ci sono e ci saranno sempre migliaia di ragazzi che nel loro garage provano a creare qualcosa che prima non c’era.
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