

So che scrivendo di calcio mi metterò ineluttabilmente nei guai, ma spero di cavarmela premettendo ai tifosi militanti che qui non troveranno pane per i loro denti ideologici. Le cose che sto per dire prescindono infatti completamente da qualunque appartenenza e fede. (Tanto per capirci subito, da nerazzurro non tiepido credo che i campionati si vincano sul campo: di quelli ottenuti a tavolino non so cosa farmene, tanto più che i bianconeri degli scudetti revocati erano in ogni caso mille volte più forti di noi. Chiusa parentesi).
Bene, in questi giorni –prima con l’ennesimo squallido caso di scommesse e partite arrangiate, poi con questa miserabile storia di intercettazioni in merito al campionato 2006 dove si tira in ballo gente che non può più nemmeno difendersi - sta riproponendosi un concetto di “giustizia sportiva” degno dei più efferati regimi totalitari: perché sì, il calcio professionistico del terzo millennio è gestito con una logica presa di pari passo dall’inquisizione. Una logica dove-cancellando centinaia di anni di democratiche conquiste giuridiche- spetta all’imputato dimostrare che è innocente. Una logica –quella della cosiddetta responsabilità oggettiva- dove una squadra si ritrova a pagare –senza averne particolare colpa- per le porcherie commesse da un suo dirigente o giocatore.
Questa mentalità medioevale e fondamentalista –modellata sul giudizio, la condanna, la pena punitiva- mi sembra detestabile già in generale, ed è tanto più assurda se si pensa che in gioco ci sono squadre spesso quotate in borsa con bilanci, stipendi, persone che lavorano, indotto a macchia d’olio. Sarà che personalmente mi sono formato sugli sport americani -dove se andate a parlare di retrocessione vi prenotano un soggiorno in uno di quei posti dove i vostri vicini hanno nelle vene più alcol che sangue oppure vi raccontano che sono stati rapiti dagli ufo-, ma l’idea che una squadra professionistica sia costretta a giocare in un campionato minore mi appare assolutamente aberrante.
Se un dirigente o un giocatore si rivela colpevole di una delle nefandezze attribuite alla triade juventina o ad altre squadre, bene, scattano automatiche la loro radiazione e nel caso una multa stratosferica (da distribuire fra le squadre concorrenti), ma mai e poi mai può essere sanzionato alcunchè che penalizzi quella squadra, i suoi giocatori, la gente che ci lavora e che non ha alcuna responsabilità personale, compromettendone la sopravvivenza stessa. Non è soltanto questione di buon senso: anche da un punto di vista della filosofia, dell’etica, del diritto stesso, una legge dove prevale l’accanimento punitivo, dove il sospetto equivale alla colpa, dove il giudizio da etico si fa automaticamente penale, bene, di questa legge non si può non liberarsi molto in fretta.
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