Noi umani non abbiamo radici che ci legano al terreno, ma piedi e gambe per muoverci

di Franco Bolelli

Ma se per definire noi stessi, per mettere a fuoco chi siamo, ci ritrovassimo fra le mani un kit privo delle tradizionali identità etniche, nazionali, politiche, religiose, ideologiche, e così via, ecco questa la prendereste come una mancanza ansiogena o come una spettacolare opportunità? Chiaro che questa questione nemmeno mi verrebbe in mente se la mia personale risposta non fosse la seconda: mi sento davvero come un orso davanti al miele, in questo mondo dove sempre più possiamo essere gli indipendenti autori di noi stessi. 


Naturalmente, ciò non significa che io consideri senza importanza il luogo in cui siamo nati e la cultura nella quale siamo cresciuti e tutte quelle cose lì: semplicemente credo che il loro peso sia infinitamente inferiore a poco tempo fa, a prima cioè che il mondo connesso e globale ci mostrasse –fornendoci materiali e informazioni da ogni tempo e spazio e spalancando la possibilità di relazioni a tutto campo- che scegliere da sé, fare sintesi personali, non soltanto è possibile ma costituisce un grande salto avanti evolutivo. 


Chi –più prudente di me- predica che allontanarci dalle identità convenzionali è un grosso pericolo, si serve di solito di due argomenti. Il primo è quello delle nostre radici, della loro imprescindibile importanza. Il secondo ammonisce che alla fine una mela non cade mai lontana dall’albero che l’ha prodotta. Entrambe queste convinzioni –fateci caso- ci paragonano agli alberi: solo che –qualcuno potrebbe perfavore avvertire questi signori?- noi umani non abbiamo radici che ci legano al terreno, ma piedi e gambe per muoverci, per saltare, per spaziare.


 


Le nostre origini, non si tratta certo di dimenticarcele: però non devono essere una gabbia. Sono la nostra culla –ci siamo affezionati, ne portiamo con noi l’imprinting- ma guai se ci chiudono la vista dell’orizzonte e se diventano la destinazione finale. Ecco perché quelle culture, quei modelli di pensiero, che enfatizzano il nostro legame con le identità originarie non aiutano proprio per niente a familiarizzare con la natura di un mondo sempre più orientato verso forme di identità espanse.


 


Pensare che tutti quanti possano saltare con entusiasmo sull’opportunità di costruirsi da sé la propria identità soggettiva sarebbe ovviamente illusorio: i conflitti etnici, i fondamentalismi religiosi e –su un piano meno drammatico- tutti gli arroccamenti ideologici e culturali dimostrano fin troppo ampiamente che tanti umani vedono con disagio se non con ostilità questa improvvisa dissoluzione delle identità storiche. D’altra parte nessun grande mutamento nella storia umana è mai avvenuto riscuotendo immediata unanimità fra tipologie umane assai diverse. 


 


Ma è in questo senso che sta irresistibilmente andando la corrente: ognuno di noi fa ormai la sua playlist di cose nuove e antiche, di vecchie identità e nuove opportunità connettive, e quello che è davvero importante non è se queste cose sono nuove o antiche, ma è il metabolismo stesso della playlist, che segna il tramonto delle identità generaliste e l’avvento di un mondo di identità espanse.


 


 


 


 

25 maggio 2011
 
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