Il "caso" Pantani: ucciso dalla solitudine più che da una dose

Pantani: si riapre il caso

Omicidio colposo o volontario, perlomeno. Si riapre, dopo anni di battaglie della mamma Tonina, il caso. Ma chi ha seguito fin dal quel 14 febbraio 2004 la vicenda di Marco Pantani e quello che ha preceduto, dagli incidenti all'affaire doping a Madogna di Campiglio, in cuor suo ha sempre creduto che il Pirata sia stato ucciso. In realtà cercare il o i colpevoli, quelli che – sembrerebbe – lo hanno picchiato e costretto ad bere cocaina non risolve ben altre questioni.

Marco Pantani infatti, oltre all'aspetto “tecnico” della sua fine, è stato ucciso dall'indifferenza. L'aveva detto: dai brutti incidenti come dalle riabilitazioni dolorose si era ripreso, ma da quel tonfo lì sapeva che non ne sarebbe uscito: “Mi sono rialzato (...) e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile”. Non tanto dall'accusa di doping, non sarebbe né il primo né l'ultimo dei ciclisti coinvolti in storie simili, ma dall'abbandono da parte di chi lo aveva idolatrato e ne aveva fatto un mito e che ha venduto l'immagine del campione “marcio” tra i carabinieri, manco fosse un bandito pluriomicida, con la stessa enfasi mediatica con la quale lo aveva portato sull'Olimpo degli dei dello sport.

Dove erano quelli che gli erano amici? Dove era tutto l'enorme staff di quel circus che le sue imprese alimentava? Dove erano i giornalisti che fino a un momento prima lo inseguivano per una battuta e che lo facevano sentire il più grande di tutti e facevano a gara nello spacciarsi, anche loro, per amici? Non c'era nessuno. A ben vedere persino gli affetti più stretti di allora erano distratti o assenti. Anche se domava le salite più dure, era un ragazzo fragile, si disse. Se è vero è persino un'aggravante. Era depresso e provato? Bene: faceva parte della terapia abbandonarlo in preda ai suoi fantasmi nel Residence “Le Rose” di Rimini?

Eh già. Facile essere amici, adorare, amare persino, quando uno è al top. Facile stare sul carro del vincitore e menarne vanto e magari prendersi anche un po' di luce riflessa e qualche cotillon. Meno quando le cose frenano o prendono la china. Facile andare in discesa, meno in salita come quella metafora della vita che è il ciclismo insegna. Per uno che le salite le piegava nel momento in cui per lui è iniziata la peggiore lo hanno lasciato solo. Il resto è una conseguenza, droga o non droga. Ha pagato con la vita l'opportunismo da sciacalli, l'incomprensione e l'indifferenza più o meno vile.

Il Pirata è morto di solitudine per la vigliaccheria degli altri, non per la dose di un pusher.