In Sardegna, a Sedilo, il 6 e 7 luglio la sacra e selvaggia corsa dell'Ardia

L'Ardia di Sedilo

In Sardegna c'è un paese che non è un paese. E' un evento. Sedilo è l'Ardia, prima e avanti a tutto. Sedilo è la festa di San Costantino Magno, il santo imperatore e guerriero che sdoganò il Cristianesimo vincendo contro il pagano Massenzio su Ponte Milvio dopo aver fatto dipingere gli scudi dei suoi soldati con la croce che gli apparve in visione: “In Hoc Signo vinces”, con questo segno vincerai. E in suo nome si corre da secoli “... la più selvaggia corsa di cavalli che possiate immaginare... Un inno alla vita e alla morte... un trionfo di sangue, sudore e polvere, pura lotta per la sopravvivenza...” per dirla con le parole di Tito Stagno che nel 1954 citò proprio l'Ardia nel suo provino d'ingresso come telecronista in RAI.

Ma l'Ardia è anche una corsa che non è una corsa, almeno se si ragiona in termini di vincitori e vinti, di premi e di podii. Non è un palio, non è una disfida tra contrade o corporazioni o confraternite. L'Ardia è la riedizione simbolica di una battaglia e Sa Prima Pandela, l'uomo armato di una bandiera a capo del gruppo, è l'incarnazione metaforica di Costantino. E', con i suoi comprimari (Sa Segunda e Sa Terza e Sas Iscortas), il trionfo della fede e della valentìa, è alla testa di una processione furibonda e intensa, a mezzo tra il sacro e il profano. L'Ardia, tutte le Ardie (compresa quella, identica nel rito, che a distanza di qualche settimana si corre a piedi), si fa po promissa: un voto e ognuno nel cuore ha il suo più intimo. Che sia ringraziamento, speranza o invocazione. Si fa per questo e non per ricevere applausi dai 50.000 presenti che pure – in tempi beceri in cui si applaude a ogni occasione - arrivano.

Identici di secoli i rituali, dalla benedizione delle Pandelas alle messe celebrate di continuo nel Santuario zeppo di ex voto, ai giri dispari intorno alla Chiesa e alla costruzione circolare di Sa Muredda. La festa nasce anch'essa – secondo la leggenda - da una promissa, Quella fatta da un prigioniero di Scano Montiferro rapito dai mori cui San Costantino in sogno garantì la libertà se avesse costruito un santuario in agro di Sedilo. Qui c'è una conca assolatissima con il lago Omodeo sullo sfondo come scenario e un anfiteatro naturale che si colora di gente ogni anno, la sera del 6 e la mattina del 7 luglio.

Il resto sa di coraggio e devozione, di polvere e parossismo negli spari dei fucilieri, di sudore e di energia di 100 cavalli lanciati al galoppo giù per erte tali da sconsigliare di sciogliere la briglia. L'Ardia - come il Tao - non è spiegabile, si vive. Non chiedete «Ma chi vince?». In generale si può dire che le Pandelas non devono essere superate dagli altri. Ma per balentìa ci proveranno ma non mancherà qualcuno, pur potendo, che morderà il freno un attimo prima. Impossibile spiegare le ragioni di quel mix di confronto-intesa-sfida-onore-rispetto-sacralità nei confronti de Sas Pandelas e de Sa Prima. Ecco perché il vociare e l'applaudire come fosse un spettacolo comune suona fuori luogo. Qui vale la preghiera silenziosa: Santu Antinu dd'hos azzuede, il santo li protegga. Non serve - non dovrebbe - servire altro.