L'altro Brasile manifesta per strada: quando il pallone, anche se Mondiale, non basta più

Se manca il panem, i circenses non bastano più. In Brasile c'è un altro Brasile, lontano dai plurimilionari in mutande che inseguono una palla di cuoio, dai loro tweet, dalle sexy wags e da tifosi dai volti dipinti con i colori nazionali. In faccia hanno invece maschere antigas, manifestano, picchiano, sparano persino.

Non se ne parla molto perché la festa pagana e al contempo idolatra del pallone non deve essere rovinata dai guastafeste. Vengono dalle favelas e non solo, sono contro la vergogna degli sprechi faraonici (oltre 10 miliardi di dollari) per un mondiale di calcio quando ci sono aree devastate e in preda alla più nera miseria.

Si, i giochi non bastano più se manca il pane. Ed è curioso come la lezione, anche se passa sotto sordina, venga dal Brasile, terra che più di altre ha fatto del futebol e dei suoi eroi (da Pelé a scendere) una religione e, anche, una possibilità di riscatto delle popolazioni più povere. Una terra dove ogni ragazzino calciando una palla di stracci può diventare un virtuoso e sognare il Maracanà e contratti con molti zeri nei ricchi club europei. Quella del Brasile è più di una lezione: è un segnale.

A San Paolo e in altre città, dalla protesta verbale e sul web, si è passati a questioni, come dicono a Bologna, più pese. Un movimento di base, Não a Copa (dallo slogan “Não vai ter Copa”: non ci sarà nessuna coppa), si oppone da tempo al delirio milionario in nome del calcio. Non più caroselli festanti per i gol ma gente arrabbiata che manifesta e, stando alle poche immagini che passano, non certo pacificamente. Gente non più disposta al soporifero contentino della squadra che vince e con la quale identificarsi, esserne tanto fieri e orgogliosi da dimenticarsi tutto. Come, appunto, sotto un sedativo collettivo o peggio, una droga.

Anche da noi si scende in strada agguerriti ma solo per menare quelli che hanno una sciarpa diversa dalla propria e insultare il prossimo altrettanto male in arnese ma con una maglia di colore diverso. Nell'episodio “Che vitaccia!” de “I mostri” di Risi, Gassman vive in una baracca fatiscente, con una famiglia numerosa e nella miseria più grama tanto da non poter curare neppure un figlio malato. Ma eccolo allo stadio a urlare a squarciagola (“Tiè, forza Romaaaaa, v’avemo ‘mbriacati…, oddio me stà a pijà ‘no sturbo…!”), stravolto dall'oblio.

E' un paradosso, ovvio, citazione di un film sui paradossi. Però...

Ora ci sono i Mondiali e c'è l'Italia, amatissima solo quando veste la maglia azzurra e abbastanza disprezzata in tutte le altre occasioni. Non sarebbe male che, anche dovesse vincere, si vedessero meno isterie e caroselli per strada. Come dire: abbiamo poco da festeggiare. I brasiliani lo stanno facendo in maniera rumorosa. Da noi basterebbe un po' di silenzio.

Per dire che se comincia a mancare il pane, a maggior ragione è finito l'anestetico.