Strage di via dei Georgofili: la lunga strada di Giovanna Chelli. Giustizia per tutte le vittime delle bombe del '93

“O il Parlamento dà più garanzie ai cosiddetti pentiti o, in alternativa, parli lo Stato. Facciamola finita di far friggere sulla graticola le vittime delle stragi del 1993. Sono gli uomini dello Stato a conoscenza dei fatti e che si trincerano dietro la ragion di Stato a dover dire la verità sulle stragi del 1993!”.

In vista del 18° anniversario della strage di via dei Georgofili è Giovanna Maggiani Chelli a pronunciare con forza queste parole. Per la presidente dell'”Associazione fra i familiari delle vittime della strage dei Georgofili” le lancette non si sono più spostate dall'una e quattro minuti della notte del 27 maggio del 1993. A quell'ora sua figlia Francesca, 22 anni compiuti, si trova assieme al suo fidanzato e coetaneo, Dario Capolicchio, nella loro stanza di via dei Georgofili 3. Nel cuore di Firenze. Nell'epicentro dell'inferno. Ed è in quel preciso istante che un boato scuote l'intera città. Cento chili di tritolo provocano cinque morti e ventinove feriti.

L'intera famiglia dei custodi dell'Accademia dei Georgofili viene sepolta dalle macerie della Torre dei Pulci: Fabrizio Nencioni, 39 anni, sua moglie Angela Fiume, di 36 e le due bambine, Nadia di 8 anni e Caterina di appena 7 settimane. Sul cratere formato dallo scoppio dell'autobomba della lunghezza di 4 metri e 20, profondo un metro e 30 si intravede un abisso senza fine. Le schegge che si conficcano nel corpo di Francesca Chelli non le impediscono di riuscire a salvarsi. Ma prima i suoi occhi vedono l'orrore.

Dario Capolicchio muore bruciato vivo davanti a lei. Secondo gli atti processuali il monossido di carbonio nei suoi polmoni non è sufficiente a farlo svenire, perché solo lui brucia e da lui si sviluppa l’incendio tutto intorno. Ed è così che Dario muore per consumazione davanti allo sguardo inorridito della sua ragazza. Da quel momento per Francesca inizia una via crucis fatta di visite neurologiche, terapie riabilitative che poco riescono a sanare un corpo e un'anima feriti irrimediabilmente. Un calvario che Giovanna Chelli affronta dividendosi tra ospedali e aule di giustizia.

Il processo per la strage di via dei Georgofili inizia il 12 novembre 1996, due anni dopo arriva la sentenza di I° grado. Il 6 giugno 1998 boss mafiosi del calibro di Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Filippo Graviano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Gaspare Spatuzza, Salvatore Benigno, Giovacchino Calabrò, Cristofaro Cannella, Luigi Giacalone e Giorgio Pizzo vengono condannati all'ergastolo per le stragi di Firenze, Roma e Milano. La posizione di altri due imputati di primo piano, Totò Riina e Giuseppe Graviano, viene invece stralciata (nel 2000 entrambi vengono condannati ugualmente all'ergastolo).

Il 27 luglio del '99 viene depositata la motivazione della sentenza del primo processo nella quale le inquietanti “trattative” tra Stato e mafia emergono con tutte le loro ombre. L'ipotesi di una regia “occulta” dietro a Cosa Nostra aleggia per tutta la durata del processo per poi consolidarsi il 13 gennaio 1998, quando Giovanni Brusca parla in aula del “papello” con le “richieste” di Totò Riina presentate allo Stato per far cessare le bombe. Ed è proprio per fare luce su quelle “trattative” solamente accennate dai giudici che Giovanna Maggiani Chelli continua la sua battaglia per avere verità e giustizia nel nome di sua figlia e di tutte le altre vittime delle stragi del '93. Il 6 maggio del 2002 la Corte di Cassazione conferma le 15 condanne all'ergastolo per i boss di Cosa Nostra ritenuti mandanti ed esecutori delle stragi di Roma, Firenze e Milano. Ma il capitolo sui “mandanti esterni” è tutt'altro che chiuso.

Lo scorso 23 novembre è iniziato a Firenze un nuovo processo per le stragi mafiose del '93 a carico del mafioso del mandamento di Corso dei Mille, Francesco Tagliavia, per aver messo a disposizione i suoi uomini per l'esecuzione delle stragi. Lo stesso Tagliavia, condannato all'ergastolo per la strage di via D'Amelio, era già stato coinvolto nella prima indagine sulle stragi del '93, ma la sua posizione era stata poi archiviata. A distanza di anni la procura di Firenze è potuta risalire a lui grazie alla testimonianza dell'ex boss di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, che ha rivelato agli investigatori nuovi elementi per poter incardinare un procedimento penale su quelle stragi. Il processo si profila lungo e particolarmente tortuoso.

Nel frattempo Francesca Chelli si è laureata in Architettura all'Università di Firenze con la votazione di 110 e lode. A seguito di quel risultato sua madre Giovanna ha preso carta e penna e ha scritto una lettera aperta a Totò Riina. “Egregio Signor Riina, il suo tritolo, il vostro tritolo, e di quanti con Voi lo hanno fortemente voluto per salvarsi dalla galera, ha spezzato mia figlia, ma non l’ha piegata. Pur fra mille difficoltà, con uno Stato spesso disattento, mia figlia ce l’ha fatta a raggiungere quell’obiettivo che si era prefissata. Posso oggi ben dirlo: quella mattina del 27 Maggio 1993, mia figlia doveva affrontare un importante esame di architettura. Il sistema marcio, colluso con 'Cosa nostra', colluso con lei , ha cercato di fermarla, ma non ce l’avete fatta.

 Una rondine non fa primavera, non ci illudiamo, non è una laurea in architettura che restituirà la vita rubata alla mia grandissima figlia. Ma lo sforzo compiuto per ottenere questa laurea in architettura, per non darla vinta a lei e ai suoi arroganti mafiosetti, per non darla vinta a quei politici che hanno fatto e fanno affari con lei comprandosi barche da mille metri e ville faraoniche in mezzo al verde, a quei banchieri che i soldi li hanno messi sul tavolo di trafficanti di armi che hanno le case piene di quadri preziosi, e ancora per non darla vinta a quei capi militari che giocano a chi compra il diamante più grosso alla propria moglie e a quegli uomini di Chiesa che si sono venduti per avere più oro sulle mitre e infine a quegli uomini delle Istituzioni che si sono venduti anche solo per risultare più importanti, ebbene quello sforzo compiuto è riuscito”.

Questa laurea di mia figlia – conclude Giovanna Chelli – è la rivincita su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere ancora una volta le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento”. Una rivincita che per Giovanna Chelli rappresenta un ulteriore punto di partenza. Fino all'alba di un Paese che avrà ottenuto giustizia e verità per i suoi martiri di tutte le “stragi di Stato”.