

Due “scandali” recenti richiedono che si volti pagina sui soldi pubblici ai partiti. Il primo è quello del tesoriere della Lega che va a investire i denari del finanziamento pubblico in Tanzania e in altri luoghi esotici. Il secondo è quello del tesoriere della Margherita (partito morto e defunto) che si appropria di ben 13 milioni di euro (equivalenti a 26 miliardi di una volta, somma di tutto rispetto) per necessità sue (o, almeno, così dice).
Da questi due fatti si ricavano conseguenze di un certo peso.
1- La prima è che probabilmente il finanziamento pubblico dei partiti è un po’ troppo generoso. Se la Margherita (che non è mai stata un partito oceanico) aveva in cassa, suppongo dopo aver pagato qualche spesa, 13 milioni di euro, significa che sui soldi ricevuti dallo Stato ha potuto fare una gran bella “cresta”. E la stessa cosa si può dire della Lega, che dopo aver finanziato bandiere, spadoni e manifesti, aveva ancora 6 milioni di euro da investire.
In realtà, al di là dei loro piagnistei, i partiti sono pieni di soldi pubblici, troppi, visto che poi degli “avanzi” non sanno bene che fare e quindi si lanciano in speculazioni azzardate o se li fanno rubare.
2- La seconda conseguenza è che questo autentico scandalo deve finire. In un momento di crisi severa, con sacrifici chiesti a tutti, non è possibile che i partiti ricevano dallo Stato tanti soldi superiori alle loro necessità. Al punto che alla fine servono a fare sciocchezze. I partiti, insomma, si comportano, per quanto riguarda i soldi, come rampolli miliardari che per diletto vanno in giro a schiantare la Ferrari di papà.
Come regolarsi? Loro stessi, i partiti, adesso vanno spiegando che ci vuole una legge, che ci vogliono regole più severe, revisori dei conti più attenti. E così via.
Dubito che si possa arrivare a qualcosa del genere. Troveranno il modo di andare per le lunghe e di perdersi nei meandri dei codicilli, in modo che non cambi assolutamente nulla. Non dimentichiamo che c’è già stato un referendum, che aveva bocciato il finanziamento pubblico dei partiti. Ma loro lo hanno aggirato inventandosi i “rimborsi elettorali”. Nell’aggirare le leggi sono maestri indiscussi.
Allora ci sono due soluzioni. Una, più estrema, è quella di chiedere a gran voce che i partiti non abbiano più accesso a fondi pubblici. I soldi dello Stato, cioè, devono andare solo per i compiti istituzionali dello Stato medesimo (scuole, sicurezza, welfare, ecc.). Fra i compiti istituzionali non c’è quello di finanziare associazioni di privati, che si reggono grazie a loro privatissimi statuti e norme. Così come lo Stato non può finanziare il signor Rossi quando vuole rifarsi il balcone, così non si devono finanziare i partiti.
Capisco che questa a molti potrà sembrare una misura estrema (e è così). Allora esiste una subordinata. Mentre i partiti discutono intorno alle nuove “regole”, si potrebbe prendere la misura preventiva di tagliare del 30 o del 50 per cento l’attuale finanziamento. Non è, questa, una misura molto rivoluzionaria. Ma, almeno, forse poi il tesoriere della Lega non dovrà fare la fatica di andare a investire gli “avanzi” fino in Tanzania.
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