

In Italia più di 2 milioni di persone lottano ogni giorno, spesso per molti anni, contro le ferite difficili, quelle lesioni che non riescono a guarire: piaghe da decubito, ulcere vascolari, piede diabetico, ustioni, lesioni da trauma, così come brutte cicatrici rappresentano ancora oggi un problema importante, spesso poco conosciuto e male affrontato da molti medici e operatori sanitari, anche nei paesi più avanzati. Tra le cause, soprattutto il progressivo invecchiamento della popolazione, l'aumento di malattie, come diabete, obesità, ma anche la diagnostica più fine, che ha svelato un aumento di circa il 20% delle lesioni cutanee croniche, a sua volta responsabile della maggiore richiesta di specialisti più preparati, in grado di gestire queste ferite in modo ottimale.
Proprio per affrontare a 360° il problema delle lesioni cutanee croniche, partendo dalla diagnosi e la cura, con l'impiego di medicazioni tecnologicamente avanzate (hi-tech), bioingegneria tissutale, tecniche di chirurgia ricostruttiva all'avanguardia, è nata qualche anno fa la vulnologia,una branca in continua evoluzione in alcune regioni italiane. In particolare, è attivo da 4 anni a Varese, all'Università degli Studi dell'Insubria, il Centro di Ricerca Interdisciplinare sulla Riparazione Tessutale e la Chirurgia delle Ferite (affiliato a CO.R.TE., la Conferenza Italiana per lo studio e la ricerca sulle ulcere, piaghe e ferite e la riparazione tessutale). Il centro utilizza tutte le nuove tecniche di terapia, dal "debridment" (cioè la rimozione di tessuti morti, danneggiati o infetti, che potrebbero compromettere la guarigione della ferita), agli innesti di cute da donatore.
"La via giusta – sostiene il responsabile del Centro, Alberico Motolese, Direttore dell'U.O. di Dermatologia dell'Ospedale di Circolo - Fondazione Macchi, di Varese. - è impiegare sempre trattamenti corretti fin dall'inizio, ricorrendo anche a tecnologie innovative, dalla pelle bioingegnerizzata (ottenuta da colture di fibroblasti e cheratinociti, le cellule presenti nella cute), ai sostituti dermici (derma acellulare), ai fattori di crescita, ai prodotti antisettici specifici a base di argento, per aumentare le guarigioni, ridurre i ricoveri e dimezzare i costi non trascurabili delle cure. Tutte tecniche sicuramente più care all'inizio, ma in grado di portare a guarigione in tempi più rapidi. In Italia purtroppo non sono ancora presenti in modo capillare strutture ad hoc in vulnolologia, e nello stesso tempo c'è un aumento della domanda di specialisti ".
Ma quali sono oggi le novità per accelerare la guarigione delle ferite difficili, per curare un'ustione o ridurre la formazione di brutte cicatrici ? "Negli ultimi anni si sono consolidati i risultati con la NPWT (Negative Pressure Wound Therapy), la terapia che utilizza una pressione negativa sulla ferita per stimolare il processo di cicatrizzazione e ridurre le infezioni, spesso presenti e sicuramente negative per la guarigione. - spiega Motolese- "Associata a spugne all'argento o a infusione continua di liquido disinfettante, questa tecnica è utile sia per le ferite acute (causate da incidenti, ustioni o interventi chirurgici ), sia per quelle croniche. Per prevenire la crescita eccessiva della cicatrice, con formazione del cheloide, si usano invece cianoacrilati, da applicare localmente sulla cicatrice dopo la rimozione dei punti di sutura. Tra le nuove terapie e i nuovi dispositivi medici, anche la terapia con onde d'urto, che facilita la guarigione delle ulcere croniche, e la terapia fotodinamica (PDT), che agirebbe eliminando le cellule vecchie, esercitando una azione antisettica e stimolando la riepitelizzazione ".
Ma non è tutto. Sul fronte della bioingegneria, esiste un sostituto della pelle a base di fibre di acido ialuronico, che a contatto con la ferita forma un'impalcatura, chiamata "scaffold", in grado di accelerare la migrazione verso la lesione delle cellule coinvolte nei processi riparativi del derma, favorendo così la cicatrizzazione. L'attenzione della ricerca di laboratorio è puntata anche sulle cellule staminali, di cui è ricco il tessuto adiposo, per la spinta esercitata sulla rigenerazione tessutale dopo il lipofilling. "L'innesto e la reiniezione nella zona della ferita di grasso autologo, prelevato cioè dall'addome del paziente stesso con la lipoaspirazione, un vero e proprio autotrapianto di cellule adipose,– continua Motolese- è infatti in grado (grazie alle staminali contenute), di stimolare la riparazione ". Uno dei passi fondamentali è però sempre la messa a punto fin dall'inizio di protocolli ben precisi, in grado di accelerare i tempi di guarigione, evitando che la ferita diventi cronica. "Le terapie, è bene saperlo, non vengono date a caso,- conclude l'esperto- ma seguono ormai linee guida stabilite , che dipendono dal tipo di ferita, ma anche dalle condizioni generali del malato".
0
0
0
0
0
Le rubriche
Importanti firme commentano i principali fatti di cronaca, economia, società e ambiente

