

Il sagace Oscar Wilde, scrittore maudit che alla sola evocazione rilascia esalazioni sulfuree, sostiene che a dar risposte sono capaci tutti ma a porre le vere domande ci vuole un genio. Ora, giudicate voi in a quale categoria intellettiva ascrivere Salvo Sottile, torvo presentatore di Quarto grado (stasera alle 21.10 su Retequattro), quando gli sentirete profferire, in apertura di trasmissione per catturare l'audience con consunti e cinici espedienti narrativi, un simile quesito retorico: `Può una ragazza morire di freddo e di stenti, mentre vaga nel bosco e chiede disperatamente aiuto con un telefono in mano?`. No, non può! Verrebbe da rispondere, gridando all'indirizzo del piccolo schermo… ma poi, se non accadessero tali fatti, come farebbero gli accorati telecronisti di nera, i saprofiti cantori del dramma, i sublimi rimestatori di bassezze, delitti, sangue, violenze, a intrecciare certi teleromanzi omaggianti all'indimenticata Carolina Invernizio.
Sì, me lo figuro, il telebecchino Sottile, nell'atto di compulsare gli ingialliti Il bacio di una morta, La sepolta viva, Satanella ovvero la mano della morta, per carpire alla narratrice ottocentesca toni e atmosfere. Già baby-cronista di mafia per il Tg5, romanziere volenteroso, catapultato agli onori della conduzione, davanti alla telecamera che in quel momento il regista ha la compiacenza di rivolgergli, Sottile indossa il tipico sguardo da incantatore di serpenti; e lo getta al di là del vetro nella speranza di ammaliare i telespettatori con rivelazioni sempre clamorose, notizie ovviamente esclusive, risvolti inquietanti. Non si accorge - oppure no: se ne accorge benissimo- che è proprio quel linguaggio addizionato di anidrite carbonica, l'enfasi da rapper dell'horror, la disinvoltura esibita nel cucinare senza parsimonie la ribollita di disumane crudeltà di cui le cronache sovrabbondano, a rendere Quarto grado (quello del processo catodico, parallelo e ormai egemone rispetto ai canonici gradi giudiziari) un format repellente.
È tra l'altro strano che Salvo Sottile, il vampirelli del terzo millennio (ricordate l'antenato, Giampiero Vigorelli?), non abbia ancora un degno imitatore, capace di straziarne con necessario sarcasmo i tic e le buffe peculiarità, non ultimo il marcato accento siculo che ne fanno un personaggio di marca camilleriana, idealmente estratto dalle grinfie del commissario Montalbano. Stesso nome di battesimo, manco a farlo apposta.
Tra avvocati che annunciano licenziamenti in diretta (quello di Michele Misseri) e cianciano dei loro assistiti in barba al riserbo professionale, ex colonnelli dei Ris che inscenano reperimenti di prove in studio, psichiatri (Alessandro Meluzzi) logorroici e tuttofare, giornaliste (Palombelli) a pentimento alternato e criminologi (Massimo Picozzi) affetti da incontinenza declaratoria, Quarto grado rappresenta un'esperienza televisiva ai confini della realtà, ai limiti dell'immaginario funebre.
Un programma che più trucido non potrebbe essere, anche considerando i delicati casi umani di cui tratta, tuttavia infallibile nell'indurre il rigor mortis addirittura prima della dipartita.
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