Se per il Tg1 Lele Mora è un "talent scout", Renzo Arbore facciamolo santo subito

di Mariano Sabatini

Dopo qualche mese di latitanza per sopraggiunta soglia di sopportazione minzoliniana, sono tornato ad sbirciare il Tg1. Confesso che ho scantonato dal TgLa7 anche per l’attitudine vagamente sadica dell’ottimo Mentana a dare tutte, ma proprio tutte, le notizie più ansiogene: sapete com’è, anche il povero critico ha necessità di disintossicarsi di tanto in tanto. Scopro di essermi perso molto, in questa full immersion di realismo spietato, incrociando di nuovo lo sguardo allarmato di Nicoletta Manzione (persino il suo cognome sembra un inciampo linguistico).


Nell’edizione delle tredici e trenta le ho sentito dare la notizia – ammesso e non concesso che lo sia – del rilascio dal carcere di Lele Mora, il cantore dei gieffini, l’estimatore di piccola mignotteria, l’agente di certo vippame da basso impero. Ebbene la mirabolante conduttrice ha osato definire l’ex manager di Simona Ventura e Alda D’Eusanio (già famose o famigerate prima dell’incontro con il Vate), nonché mentore di quel bel tomo di Fabrizio Corona, “talent scout”. Tra tutti gli epiteti attribuibili a Mora, se proprio si vuole far riferimento allo scouting ma anche allo scoutismo perché c’era un che di missionario nell’attività lelemoriana, lo si potrebbe definire “boys scout” (cit. Viviana Musumeci).


Se il talento scoperto da Mora e a cui fa riferimento l’estensore del testo letto da Manzione – e sembrerebbe che la stessa qualifica, “talent scout”, a quanto apprendo dal web sia stato scelto anche da SkyTg24 – corrisponde all’esuberante fisicità di Costantino Vitaliano, i già beati Renzo Arbore o Pippo Baudo dovrebbero farli santi subito; saltando a pie’ pari le pastoie delle burocrazie vaticane e il consueto processo di canonizzazione. Poiché i talenti sono tanti, milioni di milioni, e non esistendo un albo dei talent scout con relativo mansionario, urge chiarimento in merito all’abilità che Mora scoverebbe con infallibili doti rabdomantiche. Sarà stata la diuturna attività di scouting a procurargli il notevole stress psicofisico per il quale lo si affida alle cure di don Antonio Mazzi?


Al di là delle boutade. Con questo giornalismo indubitabilmente affettuoso, è inevitabile che i teledivi, le soubrettazze, i responsabilissimi direttori, gli anchormen dall’ego espanso, le conduttrici catarifrangenti, stentano a distinguere il legittimo inalienabile diritto di critica dall’attacco personale. Per questi viziatissimi che conducono esistenze dorate fuori dalla realtà tutto è offesa. Hanno la querela facile ma, che vincano o perdono in sede giudiziaria, l’unico risultato che avranno ottenuto è quello di rivelarsi come  strenui oppressori delle libertà d’espressione.




01 agosto 2012
 
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