Corona non è degno neppure di nominarlo, Funari

di Mariano Sabatini

Ho avuto modo di conoscere Gianfranco Funari,  uomo ruvido, che però improntava i rapporti con chiunque – fosse pure un giovane programmista  com’ero all’epoca – all’insegna della semplicità. Parlava, parlava, parlava… ricordo telefonate fiume nel tentativo di convincerlo, solo ascoltandolo, ad una partecipazione televisiva che poi fece. Il “giornalaio” più giornalista di tanti giornalisti aveva bisogno di problematizzare, argomentare, scandagliare ogni sua mossa o decisione. Era, insomma, molto più profondo di quanto amasse apparire e con un’idea di televisione precisa: conosceva il mezzo come nessuno, seppure in studio amasse scompigliare, decostruire (“damme ‘a uno, damme ‘a due”), assecondare la sua animalità che lo rendeva un fenomeno da palcoscenico. In un’intervista doppia con Le Iene ebbe l’ardire di togliersi la dentiera e mostrarsi completamente edentulo, come il vecchino del west.


Oggi avrebbe ottant’anni, posso immaginare cosa avrebbe pensato dinanzi al tentativo maldestro di Fabrizio Corona (sì lui, il bellimbusto noto alle cronache giudiziarie, il fidanzato di Belen Rodriguez, l’ex di Nina Moric, fotografato con il gingillo al vento su spiagge esotiche) di resuscitare il format più riuscito di Funari. Parlo di Torti in faccia, nato nei primi anni Ottanta su Tmc, e poi ribattezzato per la Rai Aboccaperta: i primi people show, grazie ai quali un ragioniere, una casalinga o uno studente avevano la possibilità di assurgere alla dignità di opinionisti. In una stagione in cui la Tv appariva ingessata da un formalismo venato di ipocrisia, Funari si rivelò portatore di controllato disordine. Essendo oltretutto, per la lunga gavetta in fumosi e oscuri night con uso di cabaret, credibile nel suo ruolo di capopolo.


A distanza di un trentennio, nel ‘mariadefilippismo’ dilagante – la definizione è di una partecipante a Libertà di parola (lunedì sera su Canale Italia – Sky 913 e in chiaro in digitale) – una telecamera e un microfono non si negano a nessuno. Anzi, bisognerebbe sottrarli a viva forza a molti di quelli che sul "piccolo scherno" confondono il diritto costituzionale della libertà di espressione con il dovere; pur non avendo nulla di originale o solo interessante da dire. Certo telecamere e microfoni non si negano a Fabrizio Corona, l’eroe che ci meritiamo. Il neo conduttore-predicatore laico che ha l’impudenza con i suoi trascorsi di allestire un’aboccaperta dei nostri tempi tragici, sull’Italia governata dai politici nominati e non eletti. Ringhi, sfoghi, invettive, parolacce… senza via d’uscita, privi  dell’ironia o del sorriso a trentadue dentoni di Funari in grado di sussumere il salvifico gioco delle parti, sull’onda di un pericoloso qualunquismo che giova solo ai furbi in azione. Lo studio di Libertà di parola sembra un grande vagone ferroviario mal frequentato, con un capotreno congestionato in viso, poco tempestivo o utile al dibattito.


Alla vigilia del debutto televisivo, Corona si è autoproclamato l’erede di Funari. Peccato che il “giornalaio” fosse simile alla gente cui dava la possibilità di sfogarsi, o forse  migliore per avercela fatta a smarcarsi, a raggiungere la vetta puntando sul talento. Quale sarebbe il talento di Corona? Quello di cui giudici e avvocati dibattono nelle aule di giustizia? Intanto registriamo che Canale Italia, dopo aver scelto lord Luciano Rispoli come sua bandiera, potremmo d’ora innanzi ribattezzarlo “canile” Italia.


 


 


 


 




06 aprile 2012
 
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