Lucio Dalla, un cantautore col sorriso: aveva così tanto talento da poterlo dissipare

di Mariano Sabatini

Lucio Dalla è morto come è vissuto, con estrema discrezione. E se ne è andato all’improvviso, portandosi via pezzi di vita dei tanti che lo hanno amato e continueranno a farlo. Morte, la sua, vissuta come uno strappo. Perciò la Rete, tra Twitter e Facebook, trabocca dolore come per un parente caro. Ci rimane la pregiata produzione musicale che per convenzione viene definita leggera. Ci terrà compagnia per sempre, insieme a quella di Domenico Modugno, Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Bruno Lauzi e tanti altri.


Come per ognuno dei protagonisti dello spettacolo e della comunicazione di larga popolarità, su Dalla si facevano chiacchiere di bassa lega, senza che mai – a mia memoria –  sia caduto nel tranello di replicare, sistematizzare, chiarire. Non ne aveva bisogno. Volava nell’iperuranio dell’arte, aveva da inventare, scrivere, suonare. Artista è una qualifica abusata: molti, troppi ne sono portatori a dispetto di chi se ne fregia a pieno titolo. Lucio Dalla era un artista eclettico e in primo luogo un formidabile clarinettista: Piera Degli Esposti, sua compagna di banco, andava a sentirlo suonare fin dagli anni delle elementari. Mentre l’amico Pupi Avati, è stranoto, avrebbe voluto ucciderlo per la frustrazione di vedere i propri sforzi sovrumani annientati dal talento clarinettistico naturale del giovane Lucio. Anche nella scelta di questo strumento di affiancamento all’orchestra, non protagonista assoluto, Dalla tradì la sua natura generosa, ai confini di quell’umiltà che nei grandi non diventa mai di maniera.


All’ultimo Festival di Sanremo, pur di aiutare Pierdavide Carone a prendere il volo, si era ritagliato il ruolo di direttore d’orchestra, voce sommessa di supporto. Naturalmente, facendosi così apprezzare più che se avesse svettato, brevilineo com’era, sulle tavole dell’Ariston. Non si prendeva troppo sul serio, giocava con la sua fisicità e anzi la marcava, al contrario di tanti colleghi cantautori si faceva precedere dal sorriso in ogni occasione di lavoro. Collaborava con tutti (da Pavarotti a Califano e Peppino Di Capri), si dava senza risparmio, si misurava in ambiti diversi (compresa la narrativa, il cinema o la fiction, buoni o appena passabili), perché avendo quell’esubero di indiscutibile talento che dicevamo poteva permettersi di dissiparlo.


Al di là delle partecipazioni promozionali o delle presenze in gara a Sanremo, volle cimentarsi col piccolo schermo nel 1995, inventando e firmando la regia di Taxi, trasmissione della seconda serata di Rai3. Alla guida del veicolo, il giornalista Giorgio Comaschi che pungolava una star della musica leggera di casa nostra e lo scortava ai Magazzini del Sale di Cervia,dove proseguiva Vincenzo Mollica coordinando le domande del pubblico presente. Non ha segnato in profondità la storia della tivù. Nel 2002 debuttò nel varietà classico di prima serata, in coppia con la giunonica Sabrina Ferilli, La bella e la besthia. Inutile specificare come fossero divisi i ruoli. Nonostante i grandi ospiti musicali ebbe qualche scivolata nel nazionalpopolare e fu anche battuto da C’è posta per te di Maria De Filippi su Canale 5.


A fronte dei tanti cantautori per i quali  si scomoda impopriamente il termine poesia, mi piace ricordare in conclusione la considerazione di Alda Merini nei confronti di Lucio Dalla. La poetessa ammise che molte canzoni del piccoletto bolognese le avevano fornito l’ispirazione per i suoi componimenti. Mica poco.




02 marzo 2012
 
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