Bruno Vespa ha voluto la “PrimaSerata” senza tener conto dell’antipolitica che monta

di Mariano Sabatini

Il pubblico è una brutta bestia, quando si ricorda di poter esercitare il diritto del telecomando. Autori, conduttori, dirigenti, artisti lo sanno, percepiscono che l’insoddisfazione della gente sobbolle, e fanno di tutto per ignorarla. Gli ascolti in flessione lo dimostrano. Solo alcuni, consapevoli di riuscire a trascinare le folle, vanno a cercare ascolto altrove. Roberto Benigni fa un suo numero al Parlamento Europeo e sollazza l’autorevole platea, dando materiale a tv e tg internazionali. Meglio di qualsiasi sabato sera su una muffita Rai1. Dal canto suo, Michele Santoro dimostra che è sempre più difficile ridurre al silenzio le voci dissonanti, perché con Servizio pubblico ha dato vita ad una tv che non c’è (tra reti locali, satellitari, radio e web) con ascolti incredibili: intorno ai tre milioni alla “prima”, due e sei al secondo appuntamento. Un'impresa titanica, dopo la quale la tv non sarà la stessa.


Non tutti però sono Benigni e Santoro, capaci di intuire e anticipare i tempi. Il giornalista salernitano si è tirato via dalla Rai che affonda e dalle pazze telerisse dei politici bercianti (al massimo un compostissimo presidente Fini, fatto sedere al centro della scena su una scomodissima sedia da osteria). Offre invece le riflessioni al curaro di Marco Travaglio, le vignette di fra Indignato Vauro, e molti servizi e reportage, per mantenere un contatto con ciò che accade nella vita vera.


Molti altri, senza saper dare la giusta lettura dell’antipolitica che monta, sono ancora impegnati a raccogliere i cocci delle minutaglie parlamentari. Magari soffiando ad arte sul fuoco.


A Bruno Vespa, giornalista di cui tutti ricordano l’editore di riferimento, non bastavano le tante seconde serate che occupa Porta a porta da un decennio, ha debuttato lunedì su Rai1  con PrimaSerata per raccontare in pieno stile “prima repubblica” la crisi in atto. Era contento come un ragazzino della comunione, faceva le boccucce, sorrideva, si fregava le manine curiali e addirittura a un certo punto si è seduto tra Rosy Bindi e Antonio Di Pietro... Troppo esperto per non sapere che la sua leggerezza poteva dare adito ad illazioni geopolitiche, anche fantasiose. Si ricollocherà a sinistra?


Intanto, la tv rischia di andare in overbooking da approfondimenti politici. Benché molte trasmissioni sembrano nascere e vivacchiare, con altre finalità rispetto alla fascinazione del pubblico. Come Blog – La versione di Banfi su Retequattro, al di sotto del 3% di share.  Comode sedute che servono ai soliti noti della politica per dire al Palazzo ei ai giornalisti che ci sono e lottano con o contro di loro.


Dalla mattina alla sera, non c’è piega del palinsesto che non offra il suo pensatoio: Agorà, Omnibus, Coffee break, L’Aria che tira, Qui Radio Londra, L’ultima parola, Piazzapulita, L’infedele, Ballarò, SkTg24 Pomeriggio, le telefonatine di Belpietro a Mattino5... e non finisce mica qui.


Le parole corrono così veloci da schiacciare la rilevanza dei fatti che evocano. Il rischio serio, nei molti talk di troppo show, è di una iniqua virtualizzazione della realtà. A furia di parlare, contraddire, confutare tutto è vero e niente lo è. La massima concessione al dibattito democratico si rivela il ricorso alla vox populi: tante opinioni di persone comuni scippate per la strada e mixate ad arte, che involontariamene alimentano il rumore. Siamo più frastornati che informati.


Soprattutto perché la facilità a dar vita a nuovi talk show politici non corrisponde ad un altrettanto apprezzabile sforzo nel differenziarli l'uno dall'altro. Accendi su Matrix e ti pare di seguire Porta a porta, ti addormenti con L’ultima parola e lo strimpellante Paragone e ti pare, al risveglio, di aver guardato la coppia di fatto Telese–Porro a In onda. E le facce ricorrenti dei politicanti non dissolvono l'incubo del déjà-vu, precipitati come siamo in un angosciante eterno ritorno.

11 novembre 2011
 
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