11 settembre: la versione ufficiale è zeppa di contraddizioni ma nessuno grida che il re è nudo

di Massimo Ragnedda

Sono passati oramai dieci anni da quell’infausto giorno impresso, per sempre, nella memoria di tutti. Un evento epocale che ha cambiato la storia. Si dice che da quel giorno il mondo non sarà più come prima. È vero. Da quel giorno tutto è cambiato. Migliaia di persone hanno perso la vita, molte sono rimaste ferite, tanti in quei giorni si sono ammalati (vedi i vigili del fuoco) e moltissimi sono morti in seguito alle guerre infinite scatenate a causa di quegli attentati. Comunque la si voglia vedere, l’11 settembre ha dato il via ad un insieme di guerre, alcune ad alta intensità (vedi Afganistan e Iraq) e molte altre a bassa intensità (vedi tutte le operazioni militari lontani dagli occhi dei media) con effetti devastanti su intere nazioni e migliaia e migliaia di morti, spesso dimenticati dai media occidentali o etichettati come effetti collaterali (in Iraq, si calcola, che dall’inizio del conflitto siano morti quasi 110mila persone).  


Sono passati oramai dieci anni, si è detto, e in questi giorni molti giornali pubblicano reportage fotografici, chiedono ai lettori di dire dove si trovavano quel giorno, cosa ricordano di quell’atroce spettacolo. I grandi media di informazione, un po’ ovunque nel mondo occidentale, vogliono creare “insieme una mappa con le testimonianze”, ti chiedono di dire dove ti trovavi quel giorno o se vuoi ascoltare le voci sugli aerei. Ti chiedono, ancora una volta, di essere spettatore di una tragedia. Non provano a spiegare, cercare di capire, dare una risposta ai mille interrogativi ancora aperti su cosa sia successo davvero quel giorno, ma ti chiedono di partecipare allo show, di costruire assieme il racconto fotografico del giorno, di costruire una mappa della memoria fatta di foto, ricordi ed emozioni.


Operazione legittima, per carità, ma forse più che questa orgia di immagini, questo blob fotografico, sarebbe più e importante riuscire a capire, razionalmente, cosa sia successo quel dannato giorno. Questo è il vero compito del giornalismo serio, ma pochi in questi giorni sembrano impegnarsi in questa direzione. In pochi infatti, nessuno dei mainstream media, provano a rispondere alle innumerevoli domande ancora aperte o far luce sugli innumerevoli angoli bui della versione ufficiale. Se giornalismo vuol dire porsi e porre domande, provare a capire e offrire al lettore e/o telespettatore una interpretazione razionale dei fatti, allora quelle domande dovrebbe porle. Certo sono domande scomode, ma senza quelle il giornalismo perderebbe la sua ragion d’essere: solo nelle dittature il giornalista non fa domande scomode.


Il giornalista, per usare una bella analogia, ha il dovere morale di alzarsi e gridare che il re è nudo. Nessuna metafora mi pare più azzeccata della bella fiaba I vestiti nuovi del Imperatore, scritta da Hans Christian Andersen. La storia è nota, ma mi piace riproporla: “Due sarti impostori si presentarono a corte proponendo stoffe stupende e magiche che potevano, però, essere viste soltanto dalle persone intelligenti: le stoffe, in realtà, non esistevano e perciò nessuno avrebbe potuto vederle. Il Ciambellano, però, si disse stupefatto ed estasiato di quelle stoffe e ne esaltò le caratteristiche. Così tutti i cortigiani incominciarono a lodare le stoffe e lo stesso re,  in occasione di un’importante cerimonia pubblica, ordinò un abito tessuto con quelle “magiche” stoffe. La parata ebbe inizio è il re sfila in mutande, ma nessuno della folla osa vedere la verità: solo un piccolo bambino, privo di conformismo e pregiudizi, urla con tutto il suo stupore che il re è nudo. Allora anche gli altri cominciano ad aprire gli occhi e vedere la realtà che pure si presentava di fronte ai loro occhi.  


Fuor di metafora: la versione ufficiale raccontata sull’11 settembre è zeppa di incongruenze, falsità, menzogne, parti oscure, ma i Ciambellani mainstream osannano la magnificenza delle stoffe e pochi bambini osano gridare che il re è nudo. Quei bambini dovrebbero essere i giornalisti e gli intellettuali, e dovrebbero gridare che il re sfila in mutande, che l’imperatore non ha vesti.


Le incongruenze sono innumerevoli e vanno dalla lista degli attentatori terroristi fornita dall’Fbi due giorni dopo gli attentati e che contiene nomi di persone vive (almeno cinque di esse, stando a quanto dichiarato dal governo filostatunitese Saudita, sono vivi), alle speculazioni finanziarie legate ai titoli azionari coinvolti negli attentati (qualcuno sapeva, tanto da aver investito milioni di dollari nella borsa di Chicago), alla lista passeggeri che non conteneva i nomi dei terroristi eccetera. Dicevo: la bibliografia è immensa e non voglio soffermarmi, per ragioni di spazio, sulle incongruenze della versione ufficiali. Molti bravi giornalisti, in Italia e nel mondo, lo hanno fatto e continuano a farlo.


Il punto è capire il perché invece molti bravi giornalisti non osino gridare che il re è nudo e continuino a coprire la truffa dei sarti. Chiediamoci perché: non riescono a vedere che il re è nudo o preferiscono non vederlo? E poi, mi chiedo, non si fornirebbe un servizio migliore parlando delle contraddizioni della ricostruzione ufficiale piuttosto di proporre testimonianze che nulla raccontano sul quel giorno? Non sarebbe in definitiva più corretto, per i giornalisti, essere un po’ più bambini e meno ciambellani o cortigiani? Poi i lettori e telespettatori hanno tutto il diritto di vederlo nudo o vestito il re, di nascondersi dietro la rassicurante versione ufficiale o vedere la nuda e cruda realtà. Ma i giornalisti, invece, hanno il dovere morale di raccontare la truffa dei sarti e non di assecondarla.


Chiudo con due dichiarazioni, non di giornalisti, ma di due noti strateghi militari: il primo è Fabio Mini, generale dell’esercito italiano e l’altro è Stan Goff, esperto militare, stratega, e docente tra l’altro di scienza e dottrina militare alla prestigiosa Military Academy di West Point Usa che vanta al suo attivo la partecipazione a otto scenari di guerra che spaziano dal Vietnam a Panama, da Grenada a Haiti.


Il generale Fabio Mini dichiara di non credere alla versione ufficiale fornita dagli Usa: “Non sappiamo quanti abbiano partecipato all’ideazione del piano. A dire il vero non sappiamo neppure con certezza che sia proprio bin Laden il principale artefice.[…] Questa è roba da raffinati giocatori di scacchi. L’attacco devastante, concertato, concentrato dell’11 settembre richiedeva una previsione fino al decimo ordine e oltre. Roba da geni della politica, della strategia e della guerra. Cosa che francamente lo sceicco del terrore non sembra proprio essere” [Limes 4/2001, p.17].


Stan Goff rincara la dose e afferma: “Quattro aerei vengono dirottati e deviati dai loro piani di volo, sotto il controllo radar della Faa. Gli aerei sono tutti dirottati tra le 7,45 e le 8,10, ora legale occidentale. Chi viene informato? Questo è già un fatto senza precedenti. No, il Presidente non viene informato, se ne va in un scuola elementare in Florida ascoltando bambini leggere […] La versione che ci hanno dato di quel che è successo è stata costruita di sana pianta” (S. Goff, The So-Called Evidence is a Farce).


Questi due strateghi militari, che non possono essere di certo accusati di essere "complottisti", hanno gridato che il re è nudo. E i giornalisti?




12 settembre 2011
 
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