

4 morti ammazzati: un gioielliere, un macellaio, un agente di custodia e uno della Digos. Feriti, rapine, un'evasione pilotata da un commando di terroristi, 2 condanne all’ergastolo passate in giudicato. È il résumé della vita di Cesare Battisti: membro dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) negli anni di piombo e poi portinaio-romanziere meditabondo tra i salotti culturali parigini e le spiagge di San Paolo. Da qualche mese cittadino libero con lo status di “rifugiato politico” in Brasile.
Non fosse per questo pedigree criminale da Billy The Kid de 'noantri, a vederlo in tv, intervistato dalle Iene qualche giorno fa, lo si scambierebbe per un “malavitosetto” qualunque, come ebbe a definirlo il suo mentore, il terrorista Arrigo Cavallina. Sornione, look rilassato, sintassi misera nonostante la patente di “scrittore” elargitagli da intellettuali del calibro di Bernard-Henry Lévi e Fred Vargas e suggellata dalla prestigiosa casa editrice Gallimard, un po' di lotta di classe masticata e rigettata lì senza capo né coda. La proprietà privata? “Un mezzo furto”. Ride. Il comunismo? “Ricchezza per tutti”. Aspirazioni? “Sono nato per vivere libero”.
Del capo dello Stato si fida poco – è un “irriducibile degli anni '70, uno dell'ex PCI stalinista” – ma in Italia ci tornerebbe eccome, a patto naturalmente di azzerare tutto e ricominciare daccapo: “Signor presidente Napolitano, mi dia la possibilità di difendermi, di presentarmi di fronte a un tribunale”. Certo: di accettare la verità processuale già scritta neanche a parlarne. Ci mancherebbe, è nato per essere libero. Ride di nuovo. Dal Colle, subito, è arrivata però una nota perentoria: “Deve espiare la sua pena, è stato condannato con processi regolari”. Punto.
La verità è che, a dispetto della sua disarmante mediocrità, Battisti era e resta un problema serissimo per l'Italia: un dolore che si rinnova per i parenti delle vittime a ogni spregiudicata esternazione pubblica e un vulnus per la giustizia e per le istituzioni. Il no all'estradizione da parte del Brasile, ad esempio, rende implicita una presunta prassi persecutoria nei confronti dei dissidenti politici nelle carceri italiane. Roba da torture. Roba da dittatura sudamericana. Appunto.
Quanto alla Francia, per anni la dottrina Mitterand ha assicurato a Battisti coperture ed entrature nell'élite culturale, addirittura la cittadinanza onoraria di Parigi. Una infatuazione diffusa, quella transalpina, frutto di un'”ignoranza militante” (copyright Barbara Spinelli) sulla stagione della lotta armata italiana, come ha ammesso qualche mese fa perfino François Hollande, candidato socialista all'Eliseo, anch'egli sedotto a suo tempo dal feuilleton dello scrittore italiano perseguitato politico. Ma soprattutto un caso internazionale del tutto sganciato dalla realtà dei fatti di sangue imputati al terrorista. L'ha dimostrato di recente l'ex magistrato Giuliano Turone nel libro Il caso Battisti (Garzanti 2001), col quale, faldoni alla mano, ha sottoposto a vaglio critico indagini, prove, dichiarazioni dei pentiti, dibattimenti. La conclusione: nessun processo sommario, nessuna deriva persecutoria.
Di sommario, semmai, c'è la pervicacia con cui intellettuali e commentatori italiani da anni perorano la causa di Battisti: oggetto di “risentimento”, fors'anche di “invidia” per la sua “fama di scrittore” vittima di “opposti giustizialismi” (Piero Sansonetti); esponente di “una generazione di vinti, la più incarcerata della storia d'Italia” (Erri De Luca); “furetto spaventato e astuto”, una delle “tante prede di post-fascisti e post-stalinisti” (Valerio Evangelisti); l'“imputato di un delitto politico” cui riconoscere il “diritto di fuga” di hobbesiana memoria (Rossana Rossanda).
Che il “diritto di fuga” abbia provato a riconoscerselo da solo è sotto gli occhi di tutti. E anche sul fatto che alla fine, purtroppo, sia riuscito nell'intento non paiono per il momento esserci dubbi, se non confidando nel fatto che l'Italia ha manifestato l'intenzione di avvalersi delle istanze giurisdizionali cui compete assicurare il pieno rispetto delle convenzioni internazionali, a partire evidentemente del coinvolgimento della Corte di Giustizia dell'Aja.
Ciò che invece ancora, per fortuna, a Battisti e ai suoi ultras non è riuscito è il tentativo di archiviare il sangue degli anni di piombo come una rivoluzione mancata nella quale la lotta armata non rappresentò che un marginale, e tutto sommato circoscritto, corollario. Adducono gli eccessi della carcerazione preventiva, parlano di una giustizia italiana assetata di trofei di caccia da esibire dopo decenni, chiedono espressamente un'amnistia per voltare pagina. Dimenticano, però, che gli unici tribunali speciali istituiti negli anni del terrorismo furono quelli del popolo e che le condanne comminate furono spesso sentenze di morte.
Dimenticano che, pur tra mille convulsioni politiche, l'Italia rispose all'emergenza solo e soltanto attraverso gli strumenti dello Stato di diritto, mai trasferendo, come accadde altrove, poteri di polizia ai militari. Soprattutto mai cedendo il fianco a pulsioni vendicative. “La reclusione dei condannati non ci ha mai restituito nulla, non è mai stata di consolazione. Contano di più le sentenze, l’impegno dello Stato a cercare la verità e a dare giustizia” spiega Mario Calabresi nel bellissimo Spingendo la notte più in là. C'è da augurarsi che, col nuovo governo e forti dell'attenzione da sempre riservata alla vicenda Battisti dal presidente della Repubblica, questo impegno per la verità e la giustizia prosegua con ancora maggiore determinazione.
5
40
Le rubriche
Importanti firme commentano i principali fatti di cronaca, economia, società e ambiente

