In un'Italia dolente e squarciata non soltanto dallo spread

di Giampiero Mughini

E' di certo il mese di agosto più difficile e doloroso della storia italiana degli ultimi trent'anni. E non c'è solo lo spread a dirci quanto tutto della nostra economia e della nostra vita civile sia sossopra. L'Italia di oggi somiglia a quelle case di cui si ricordano gli italiani degli anni Cinquanta, quelle case distrutte a metà dalle bombe della Seconda guerra mondiale e che erano come squarciate tra una metà rimasta in piedi e una metà andata in briciole. Come altro volete chiamarlo se non uno squarcio questo affare dei magistrati d'accusa che a Palermo vorrebbero indagare più a fondo quel che accadde ai tempi degli assassinii di Falcone e Borsellino e dunque della presunta trattativa tra pezzi dello Stato e la cupola mafiosa, magistrati che hanno dalla loro una parte non piccola dell'opinione pubblica (lo dimostra l'appello lanciato dal "Fatto quotidiano" e firmato da tanti), ai quali si contrappongono veementemente altri magistrati che addirittura minacciano sanzioni disciplinari nei loro confronti? Nei confronti di un magistrato come Roberto Scarpinato o addirittura del procuratore Francesco Messineo, accusato di avere rilasciato un'intervista a un giornale senza avere chiesto l'autorizzazione al suo superiore gerarchico. E senza dire del procuratore Antonio Ingroia, di cui sembrerebbe che sia stato invitato ad andarsene in Guatemala anziché continuare la sua indagine sugli uomini e sugli anni della "trattativa". Indagine di cui è un gran specialista.


Dico subito che pur lontano come sono dalla "cultura politica" di Scarpinato e di Ingroia e se non fosse che non firmo mai alcun appello, sto comunque dalla parte dell'autonomia e dell'indipendenza dei magistrati d'accusa di Palermo. I quali fanno il loro mestiere ed è necessario che lo facciano. Non sono i sacerdoti della verità, come forse loro presumoni di essere. Hanno però tutto il diritto di indagare, di accumulare indizi e prove, di avanzare ipotesi accusatorie che spetterà poi ai giudici terzi valutare ed esaminare. Trovo infine ridicolo intimare a un magistrato di non rilasciare l'una o l'altra intervista. Sono perfettamente d'accordo con quanto l'ex ministro di Giustizia Claudio Martelli ha dichiarato al "Fatto": dobbiamo saperne di più sul perché Paolo Borsellino e la sua scorta sono stati massacrati, dobbiamo saperne di più sul perché e chi depistò le indagini su quel massacro, dobbiamo saperne di più su chi nel 1992 e dintorni attivò la "trattativa" con settori della mafia e quale ne era la posta in gioco. Buon lavoro ai magistrati che indagano su tali e drammatiche questioni.


Questioni drammatiche. Tutt'altra cosa è lo straparlare rozzo di un Antonio Di Pietro che accusa il presidente Giorgio Napolitano di star "brigando" contro la ricerca della verità. Tutt'altra cosa è la campagna giornalistica di chi punta il mirino a tutti i costi su Napolitano e i suoi collaboratori, a cominciare da quel D'Ambrosio intercettato mentre parlava al telefono con l'ex ministro Nicola Mancino e di cui qualche imbecille ha scritto che doveva dimettersi "per indegnità" (nel frattempo D'Ambrosio è morto di crepacuore). Questioni drammatiche, e perciò cerchiamo di mantenere i nervi saldi e di misurare il linguaggio polemico.


Stringi stringi, la questione è semplice. C'è una parte dell'opinione pubblica italiana convinta che lo Stato italiano nel complesso delle sue articolazioni (partiti di governo, alcuni ministri, capi di polizia, persino alcuni magistrati) abbiano fatto combutta con la mafia. Lo dice papale papale lo stesso Ingroia in una recente intervista al suppleemto del venerdì del Corriere della Sera. Che negli anni Novanta la mafia era alle corde e che venne salvata "in modo criminale, ma anche politico". Detto in buon italiano, che lo Stato italiano ha commesso il "crimine" di aver salvato la mafia. E dunque che la famosa "trattativa" non è che mirasse ad attenuare la ferocia della mafia, mirava a "salvarla". Mi sembra un'affermazione spaventevole. Non so voi, io spero e vorrei che le cose non siano andate così nel 1992 e dintorni.


Qiuestioni drammatiche, ho detto. Non c'è nessun altro Paese europeo dove quattro regioni siano in mano a organizzazioni criminali: Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Nella sola Sicilia i morti per mafia negli ultimi vent'anni sono stati diecimilna, due volte e mezzo i soldati americani caduti nella seconda guerra dell'Iraq. Leggete un bel libro come "Il raccolto rosso" di Enrico Deaglio e vi si accapponerà la pelle. Ci sono larghe zone della Sicilia dove parole come economia moderna, vita civile, convivenza di tutti con tutti sono parole prive di senso. O che comunque lo sono state in questi ultimi vent'anni. Lo Stato italiano, questo Stato di cui lo sappiamo tutti quanto sia stremato e zoppicante, riuscirà mai a vincere la guerra contro una superpotenza economica e militare come la mafia?Lascio a voi la risposta. La mia non è improntata all'ottimismo.


 

13 agosto 2012
 
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