Ridurre i consumi purtroppo sì, lo spirito di quaresima e di penuria no

di Giampiero Mughini

Di recente ho ascoltato più volte alla radio le raccomandazioni dell’autore (purtroppo non ne ricordo il nome) di un libro dov’è l’apologia dello “scollamento” (parola usata in opposto al “collocamento”). Ossia l’apologia del tirarsi indietro dalla società delle merci, della riduzione drastica dei consumi individuali, del no a un Sistema dov’è richiesto sempre più denaro per avere sempre più cose e neppure necessarie. Di fronte a una crisi economica talmente feroce e che sta sconvolgendo i nostri modi di vita quotidiana, la sola risposta individuale possibile sarebbe dunque quella di scegliersi un angolino dove consumare il meno possibile e lì acquattarsi. L’autore del libro, e tanto per fare un esempio, ha scelto di lavorare nel settore delle energie alternative: ne trae uno stipendio modesto ma ne ha un sistema di vita che gli piace. Benissimo così, aggiungo io. Allo stesso modo avrebbe potuto fare il traduttore di libri di letteratura inglese o il libraio antiquario o il restauratore di quadri antichi. Tutti mestieri dove di denari ne maneggi pochi ma di autosoddisfazione tanta.


E a non dire che ognuno di noi ci ha pensato da sé a ridurre i consumi, e senza bisogno di leggere il libro in questione. Ognuno di noi non compra una camicia o un paio di scarpe da quel dì. Un italiano su due, a quanto sembra, rinuncerà a trascorrere le vacanze in una città diversa da quella in cui abita. Negozi e ristoranti sono vuoti. Un libraio mio amico mi ha detto che da un anno all’altro ha venduto il 40 per cento di libri in meno. La Confcommercio annuncia che ove l’aliquota l’Iva che oggi sta al 21 per cento venisse fatta salire al 23 per cento, rischieremmo un’apocalisse della nostra vita civile.


E questo perché non è vero affatto che i consumi possano essere compressi oltre ogni limite. Io non compro una camicia o un paio di scarpe da un bel po’, ma non è che questo riempia di gioia quelli che lavorano da commessi nel negozio di abbigliamento di cui sono stato cliente per vent’anni. Succede che dalla vendita di camicie e scarpe loro traggano uno stipendio e che quel loro stipendio sia dunque a rischio se nessuno più compra camicie e scarpe. Ci sono centinaia e centinaia di migliaia di italiani che traggono il loro stipendio dal servire ai tavoli dei ristoranti, e se quei ristoranti sono vuoti loro rischiano l’inferno della disoccupazione. Non è vero affatto che i consumi siano lo sterco del diavolo, tutta robaccia di cui si può e si deve fare a meno. I consumi creano posti di lavoro, stipendi con cui pagare i mutui. I consumi alimentano la vita civile di noi tutti. Più ancora: i consumi creano piacere in chi consuma e ve lo sta dicendo uno che ha vissuto in un’Italia in cui di consumi ce n’erano pochi e pochissimi, di certo pochissimi nella mia famiglia.


Fronteggiare la crisi, questo sì che è necessario. Predicare lo spirito di quaresima e di penuria, l’antitesi la più radicale tra l’ “essere” e l’ “avere”, è invece un’assoluta sciocchezza. Speriamo di poterne uscire prima o poi dalla penuria. Altro che predicarla come la religione del terzo millennio, come la via per raggiungere l’autoappagamento. Vendere la propria anima al diavolo per averne dei soldi è una cosa. Riuscire a lavorare bene e averne dei soldi è tutt’altra. E’ la democrazia di una società industriale.

25 giugno 2012
 
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