Torna la Festa del 1° maggio: difficile festeggiare "il lavoro" quando di lavoro ce n'è così poco

di Giampiero Mughini

Domani 1° maggio è la festa del lavoro. Una festa che i tre sindacati confederali celebrano con una gran cerimonia in una piazza romana. E' una festa nata a fine Ottocento, dopo che la poiizia americana aveva sparato su un corteo di lavoratori, e dunque una festa che avvolge tre secoli di storia degli uomini. Una festa nata quando il lavoro - i vari lavori reali di una società industriale - era tutt'altra cosa da quello dell'alba del terzo millennio e dunque una festa di cui è difficile indicare i contenuti esatti, a parte il fatto che per un italiano sotto i 35 anni il lavoro è divenuto un miraggio e un'utopia. Lo dimostra tra l'altro la vicenda di Firenze, dove la gran parte dei negozianti ha deciso di alzare le serrande e tenere i loro negozi aperti, e questo perché il 1° maggio è una giornata di gran turismo a Firenze e dunque una giornata di possibile lavoro reale e di possibili guadagni che aiutino a pagare stipendi e tasse. Incredibile a dirsi, i sindacati hanno mugugnato contro questa decisione. Vorrebbero che i negozianti fiorentini celebrassero il lavoro simbolico con lo starsene a casa. Incredibile a dirsi, i sindacati antepongono il lavoro simbolico a quello reale.


Arrivo subito al nocciolo della questione. I sindacati confedederali non rappresentano più e da tempo l'intera gamma dei lavori possibili, i lavori precari che non godono di alcuna protezione, i lavori frammentati, i lavori a partita Iva, i lavori che oggi ci sono e domani non ci sono più perché così funziona l'economia del terzo millennio. Il pilastro portante dell'organizzazione dei sindacati confederali era il lavoro a tempo indeterminato nelle grandi aziende private e nel settore pubbico. Ora di lavoro a tempo indeterminato ce ne sarà sempre di meno, e sempre di meno nelle grandi aziende. Quanto al lavoro dei dipendenti pubblici è tutt'altro discorso e non dei più fulgenti in termini di rendimento e produttività. Per parlare di lavoro reale, vi ricordate una volta che al 1° maggio i sindacati abbiano ricordato il dramma degli imprenditori italiani che hanno lavorato su commissione dello Stato, hanno pagato stipendi e materie prime e tasse, hanno consegnato allo Stato il lavoro richiesto e aspettano poi anni e anni il pagamento dovuto? Una situazione abnorme, un malaffare targato Stato che sta provocando una sequenza terrificante di suicidi e vite distrutte. Vite di lavoratori, di gente che campa (o campava) dal suo lavoro. La festa del 1° maggio vale anche per loro o no? Capisco che la festa sia nata nella Chicago di fine Ottocento da tutt'altra situazione e tutt'altre tragedie, ma una festa del lavoro datata maggio 2012 può non toccare questi casi, può non mettere in vetrina questi drammi del lavoro?


Per quanto mi riguarda festeggerò il 1° maggio come ho sempre fatto, lavorando. Ho avuto la fortuna di fare un lavoro che mi piaceva, che non ha orari né sabati né domeniche. Sono stato fortunato, e ringrazio Iddio ogni giorno di averne ancora un po' di questo lavoro che mi sono scelto. Il lavoro di cui campo. Mai guadagnata una lira che non fosse dal lavoro e che non fosse fatturata. Ho mai sentito la cerimonia sindacale del 1° maggio come qualcosa che mi toccasse e mi riguardasse? Francamente no. Lo dico con amarezza, così come credo che siano milioni i lavoratori italiani reali - piccoli e medi - che non si sentono affatto rappresentati dal 1° maggio sindacale. Purtroppo. A cominciare da quelli che lavorano nelle aziende con meno di 15 dipendenti, i quali la protezione costituita dal fatidico articolo 18 non l'hanno mai vista né da vicino né da lontano.

30 aprile 2012
 
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