

Qualcuno del governo, mesi fa, aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Fra queste la ricorrenza del 25 aprile, la data che ricorda la fine della Seconda guerra mondiale e la riconquista delle libertà in un'Italia dove finalmente il nazifascismo era stato abbattuto. Subito dalla sinistra ci furono dei moti di sdegno: quella festa resta così com'è, un giorno di vacanza e di commemorazioni. Mi chiedo quanti di voi che non andranno negli uffici e nelle scuole si fermeranno un attimo, domani 25 aprile, a ricordare gli avvenimenti drammaticissimi del 1945. Gli agguati dei partigiani e le rappresaglie feroci; una guerra civile che mise gli uni contro gli altri milioni e milioni di italiani; i terrificanti bombardamenti angloamericani necessari a far scappare via i nazi; i partigiani impiccati ai ganci da macellaio o alle inferriate dei balconi lungo le strade; i partiti che tornano alla luce del sole, e per strada sfilano i cattolici democratici, i socialisti, i comunisti, gli azionisti; le vendette del post-aprile 1945 quando in molti che erano stati dalla parte di Salò vennero braccati e uccisi, talvolta innocentissimi. Mi chiedo, in tutta, verità, quanti fra i più giovani tra voi sappiano come le cose siano andate in quegli anni e quale insegnamento trarne per il presente.
La retorica peggiore sul 1945 è quella di chi vorrebbe riproporre pari pari la "Resistenza" nell'oggi, oggi che il mondo è lontano dall'aprile 1945 quanto il polo nord lo è dal polo sud. In una libreria milanese che ho visitato pochi giorni fa, c'era una cartolina che proclamava la necessità di "partigiani" ovunque, in ogni angolo e quartiere di Milano. Una sciocchezza immensa. Com'era una sciocchezza quella di Michele Santoro che una volta si presentò in Tv cantando "Bella ciao", e non è che lui fosse un partigiano che andava per le montagne con le scarpe rotte e rischiava di essere impiccato, e bensì un molto ben pagato giornalista della Rai in un'Italia repubblicana e democratica.
L'Italia festeggia il 25 aprile chiudendo le banche e gli uffici postali, ma non sono sicuro che l'Italia reale si commuova e partecipi di quella storia e di quegli avvenimenti dove i nostri padri erano in prima linea. Mio padre era stato fascista. Si dimise dal suo lavoro e ricominciò da zero, ma proprio da zero. Mi nonno era invece comunista fin dal 1940 e subito entrò in politica, dove però non ebbe alcun destino. Quanto a me, passerei volentieri la giornata del 25 aprile a parlare di un amico che è morto pochi giorni fa. Il gappista comunista Rosario Bentivegna, quello che nel marzo 1944 aveva fatto brillare la miccia della bomba che a Roma, in via Rasella, uccise 33 soldati di un battaglione di Bolzano che indossavano la divisa tedesca. In occasione della sua morte qualche idiota di destra ha definito Bentivegna "un assassino".
E invece Rosario è stato solo un combattente di prima linea in quella guerra atroce in cui italiani uccidevano altri italiani. E' andato a via Rasella perché glielo aveva ordinato l'organizzazione militare comunista di cui era capo Giorgio Amendola, e comunque la bomba da lui fatta esplodere venne approvata da Sandro Pertini che era a capo dei partigiani socialisti. Un'operazione a mio avviso sbagliata e sucida ma che non toglie nulla al coraggio di Rosario, che nel dopoguerra è poi divenuto bersaglio di accuse e di cause penali. Era un uomo tranquillo, leale, coraggiosissimo. Ricordo con commozione la sera in cui vennero a cena a casa mia lui e sua moglie e l'ex volontario della Repubbica Sociale Carlo Mazzantini e sua moglie. Non è che concordassero in tutto, anzi. Epperò gli antichi nemici del 1945 si rispettavano e si sorridevano. Ecco, quello è stato un modo eccellente di festeggiare il 25 aprile. Altro che chiudere e banche e gli uffici postali.
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