L'Italia festeggia il 25 aprile, ma non sono sicuro che partecipi di quella storia

di Giampiero Mughini

Qualcuno del governo, mesi fa, aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Fra queste la ricorrenza del 25 aprile, la data che ricorda la fine della Seconda guerra mondiale e la riconquista delle libertà in un'Italia dove finalmente il nazifascismo era stato abbattuto. Subito dalla sinistra ci furono dei moti di sdegno: quella festa resta così com'è, un giorno di vacanza e di commemorazioni. Mi chiedo quanti di voi che non andranno negli uffici e nelle scuole si fermeranno un attimo, domani 25 aprile, a ricordare gli avvenimenti drammaticissimi del 1945. Gli agguati dei partigiani e le rappresaglie feroci; una guerra civile che mise gli uni contro gli altri milioni e milioni di italiani; i terrificanti bombardamenti angloamericani necessari a far scappare via i nazi; i partigiani impiccati ai ganci da macellaio o alle inferriate dei balconi lungo le strade; i partiti che tornano alla luce del sole, e per strada sfilano i cattolici democratici, i socialisti, i comunisti, gli azionisti; le vendette del post-aprile 1945 quando in molti che erano stati dalla parte di Salò vennero braccati e uccisi, talvolta innocentissimi. Mi chiedo, in tutta, verità, quanti fra i più giovani tra voi sappiano come le cose siano andate in quegli anni e quale insegnamento trarne per il presente.


La retorica peggiore sul 1945 è quella di chi vorrebbe riproporre pari pari la "Resistenza" nell'oggi, oggi che il mondo è lontano dall'aprile 1945 quanto il polo nord lo è dal polo sud. In una libreria milanese che ho visitato pochi giorni fa, c'era una cartolina che proclamava la necessità di "partigiani" ovunque, in ogni angolo e quartiere di Milano. Una sciocchezza immensa. Com'era una sciocchezza quella di Michele Santoro che una volta si presentò in Tv cantando "Bella ciao", e non è che lui fosse un partigiano che andava per le montagne con le scarpe rotte e rischiava di essere impiccato, e bensì un molto ben pagato giornalista della Rai in un'Italia repubblicana e democratica.


L'Italia festeggia il 25 aprile chiudendo le banche e gli uffici postali, ma non sono sicuro che l'Italia reale si commuova e partecipi di quella storia e di quegli avvenimenti dove i nostri padri erano in prima linea. Mio padre era stato fascista. Si dimise dal suo lavoro e ricominciò da zero, ma proprio da zero. Mi nonno era invece comunista fin dal 1940 e subito entrò in politica, dove però non ebbe alcun destino. Quanto a me, passerei volentieri la giornata del 25 aprile a parlare di un amico che è morto pochi giorni fa. Il gappista comunista Rosario Bentivegna, quello che nel marzo 1944 aveva fatto brillare la miccia della bomba che a Roma, in via Rasella, uccise 33 soldati di un battaglione di Bolzano che indossavano la divisa tedesca. In occasione della sua morte qualche idiota di destra ha definito Bentivegna "un assassino".


E invece Rosario è stato solo un combattente di prima linea in quella guerra atroce in cui italiani uccidevano altri italiani. E' andato a via Rasella perché glielo aveva ordinato l'organizzazione militare comunista di cui era capo Giorgio Amendola, e comunque la bomba da lui fatta esplodere venne approvata da Sandro Pertini che era a capo dei partigiani socialisti. Un'operazione a mio avviso sbagliata e sucida ma che non toglie nulla al coraggio di Rosario, che nel dopoguerra è poi divenuto bersaglio di accuse e di cause penali. Era un uomo tranquillo, leale, coraggiosissimo. Ricordo con commozione la sera in cui vennero a cena a casa mia lui e sua moglie e l'ex volontario della Repubbica Sociale Carlo Mazzantini e sua moglie. Non è che concordassero in tutto, anzi. Epperò gli antichi nemici del 1945 si rispettavano e si sorridevano. Ecco, quello è stato un modo eccellente di festeggiare il 25 aprile. Altro che chiudere e banche e gli uffici postali.

24 aprile 2012
 
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