Il nostro Paese barcolla, meno male che Giorgio Napolitano c'è

di Giampiero Mughini

Ovvio che nel suo discorso augurale di fine anno, Giorgio Napolitano stesse leggendo un testo che qualcuno gli esibiva di fronte, il cosidetto "gobbo". E con questo, quale passione e quale energia e quale intelligente equilibrio in ognuna delle sue parole. Che fortuna l'avere un tale presidente che ci rincuora e ci incita in questo momento in cui il nostro Paese barcolla. Un uomo che è tutto il contrario delle "facce nuove" invocate dai babbei. Un uomo che ha una storia politica lunga quanto la storia della nostra democrazia repubblicana, un uomo di cui non è minimamente importante che ancora nel 1956 pensasse (a proposito dei fatti d'Ungheria) che l'Urss avesse sempre ragione perché era il faro del socialismo nel mondo, e bensì importa di quanto il Napolitano di oggi abbia riveduto quelle posizioni e ne sia distante. Quanto nella sua posizione di "ex comunista" sia importante l'"ex", ossia l'avere raschiato via una precedente passione e una precedente verità. E difatti quasi nella loro interezza le forze dell'arco politico italiano hanno elogiato il discorso del presidente, la sua lealtà nel riconoscere quanto sia difficile e pesante la situazione di noi italiani ma anche il suo invito a darci sotto, a sconfiggere le difficoltà, a far valere le grandi risorse umane e morali di questo nostro Paese.


Con una eccezione, la Lega. Premetto che amo Milano, che adoro la Lombardia e la sua gente, che gli occhi mi brillano di gioia quando scorro per un'autostrada lombarda e vedo sfilare uno dopo l'altro i capannoni del gran fare lombardo: quella ricchezza e quella ceatività che fanno da motore economico d'Italia. E allora mi chiedo come sia possibile che una regione talmente vitale e cruciale sia in qualche modo rappresentata dal pensiero leghista, da un Umberto Bossi che a dire il suo giudizio sul presidente Napolitano gli fa le corna in diretta televisiva. Com'è potuto accadere che a vantare l'orgoglio di essere "padani", di appartenere all'area la più sviluppata e moderna del Paese siano dei tali omuncoli, dei tali clown in camicia verde? Fossi un cittadino lombardo, avessi la mia residenza a Milano, chiederei a un tribuale di impedire a costoro di usare il nome di Milano e della Lombardia, esattamente come la figlia del grande poeta mericano Ezra Pound vorrebbe impedire che il nome di suo padre sia usato da una congrega di filofascisti sciamannati e ossessi.


E non che la Lega non avesse eccome le sue ragioni ai debutti. Come se non fosse sacrosanto che loro inveissero contro l'eccesso di prelievo fiscale sul lavoro vivo e contro l'onnipotenza della burocrazia romana e contro il cialtronismo di tanto meridionalismo affamato di provvidenze statali (ne sto parlando da sicliano). Quelle ragioni, ripeto, erano sacrosante e hanno contribuito a smuovere ciò che si era mummificato nei meccanismi politico-partitici della Prima repubblica. Eravamo in tanti che senza essere leghisti, approvavamo quei ragionamenti e quella protesta. Ne sarebbe venuta una sfida a "Roma" e a una classe politica talmente marchiata dalla retorica assistenzialista pro-meridione.


Magari fosse accaduto. E invece siamo alle macchiette, e questo mentre il Paese piange lacrime amare per una crisi che è soffocante. E meno male che Napolitano c'è a dirci che ce la faremo, che ce la dobbiamo fare a tutti i costi.i


 

02 gennaio 2012
 
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