Lo sport non ha bisogni di politicanti, imbroglioni e furbetti di quartiere

di Massimiliano Morelli

Ormai impera lo sport infarcito dalle “paraculate”, senza quelle pare non si vada avanti. Lo sport dei furbetti di quartiere. Gente scema, che pensa d’esser furba a discapito degli altri. A Terni, al termine d’una maratona fatta di passione e corsa da appassionati veri, priva di campioni di prima fascia e forse per questa sua semplicità unica, s’è presentato il solito furbetto, che per mangiare due fette di pane col prosciutto al termine della gara ha evitato di fare la fila sulla destra dove s’erano assiepati atleti esausti quanto lui e grazie all’appollaiamento sulla sinistra ha prelevato il “suo” tozzo di pane prima degli altri. Salvo esternare, subito dopo, la più banale delle frasi di circostanza: “Ma perché? C’era da fare la fila?”. Nessuno l’ha mandato a quel paese, “quel signore a parte” la maratona viene corsa da gentleman, gente che esulta se arriva al traguardo e si esalta per una foto sulla linea del finish. Pure se si è arrivati al duecentodiciannovesimo posto.


L’esempio al furbetto di Terni però l’ha certamente offerto il grande sport - ci si augura che un briciolo d’educazione al cinquantenne maratoneta, a suo tempo, i genitori l’abbiano insegnata -  quello pompato dalla televisione, quello che ha tolto perfino il gusto dell’attesa. L’hanno cancellato (il gusto) i predoni del successo costi-quel-che-costi, gli eterni vincenti che non ci stanno a perdere neanche la partita a dama col figlio di sette anni. Neanche per scherzo. Il calcio, che ieri era passione e oggi è moneta, regala esempi utili per creare generazioni di scalmanati. C’è chi reclama uno scudetto di cinque anni fa e chi presunti rigori, con acrimonia, magari dimenticando che la domenica precedente i ruoli erano invertiti. C’è chi allontana i suoi tesserati perché scommettevano in malaffare (giusto, anzi, corretto) ma poi si dimentica di pagare gli stipendi agli altri.


Una volta certi atteggiamenti venivano definiti “cadute di stile”, ma oggi? Oggi che lo stile non c’è più, a cosa ci si può appellare? Qua si parla di un Paese all’avanguardia che, scavalcata la delusione olimpica, dovrebbe rimboccarsi le maniche per ripartire senza pensare di incollare i cocci. Invece si punta sull’istant-time, sul desiderio di avere comunque tutto e subito, pure se si fa il passo più lungo della gamba. Così, nonostante le polemiche e il polverone alzato quando s’è trattato di chiedere i riscontri economici a qualche evento sportivo realizzato nel nostro Paese, s’è sempre alzato il muro di gomma, come se non si dovesse sapere che fine avessero fatto i denari pubblici. Sapete meglio di me, non si parla di spicci di resto del lattaio, ci sono milioni di euro svaniti nel nulla. A più riprese, in vari sport. Non si spiegano altrimenti la lacuna degli sport di base, la mancanza di strutture sportive (e aggiungiamo pure adeguate), le scuole senza palestre e l’incapacità di certi “prof” di insegnare, ancor prima del salto della cavallina, la cavalleria.   

21 febbraio 2012
 
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