Dalle scazzottate romaniste a quel “Napoli ciudad de m…". Un Paese di forcaioli che difende (solo) il calcio

di Massimiliano Morelli

Ormai non esistono più regole, l’esaltazione del tifo ha sconfinato nell’assurdo e il football si avvicina sempre più a quell’oblio spesso nominato ma il cui spettro è sempre stato allontanato dai perbenisti di turno. A Udine due giocatori della Roma, Osvaldo e Lamela, sono arrivati alle mani nello spogliatoio dello stadio “Friuli”. Ovvio, vige il top secret e i reali motivi della scazzottata resteranno sconosciuti, ma intanto la news è trapelata. A Napoli nell’arco di tre giorni sono state derubate le dolci metà di Hamsik e Lavezzi, due che alle pendici del Vesuvio vengono idolatrati, neanche due scartine.


La prima rapina è passata sottobanco, l’altra ha avuto un seguito perché la modella che accompagna il “Pocho” ha denunciato il fatto su twitter parlando di “Napoli ciudad de m….” e minacciando di portar via da Napoli l’amato fidanzato. Tre storie diverse fra loro, che riportano a un unico comun denominatore, il football, che regala eccessi inimmaginabili nel contesto di una società sull’orlo di una crisi di nervi, quasi al collasso per la crisi economica che attanaglia le famiglie. Si convive con le magagne e con le incongruenze, cani e gatti stanno per diventare beni di lusso, roba da raccontare ai nipoti come una favoletta. Chi decide cosa è un bene di lusso? Allora anche la maglietta di una squadra di calcio – che costa minimo 70 euro e non è un bene di primaria necessità – diventa un bene di lusso.

Certo, il calcio “aiuta”. Damiano Tommasi ha dato voce all’Assocalciatori (era ora, dopo i quarant’anni di silenzio gestiti da Sergio Campana) e ha annunciato che loro, i re della pedata, andranno incontro alle esigenze del Paese onorando il Bpt-day. Ma non sono pochi i calciatori che hanno masticato amaro per questa decisione, fermamente convinti del fatto che la crisi è degli altri italiani, non la loro. E non capiscono che basta una loro comparsata per mandare in brodo di giuggiole i tifosi. Avete dato un’occhiata a Facebook? Si scrivono post forcaioli, e se qualcuno tratta l’argomento calcio si scatena una guerra. Neanche poi tanto santa. Guai a raccontare momenti di vita diversi rispetto a quel che si vuol vedere.


Un giornalista umbro, Roberto Renga, ha snocciolato alcuni retroscena legati all’affare-Roma. Senza entrare nel merito della vicenda, “ha detto la sua”. Ma è bastato dare un’occhiata alla sua bacheca sul più popolare dei social network per rendersi conto che è stato subissato dagli insulti, dalle minacce, dalle angherie. E’ un modo giusto di vivere lo sport nazionale? Il presidente del Coni Gianni Petrucci ha chiesto di abbassare i toni e per il 14 dicembre ha calendarizzato un incontro per chiarire alcune delicate questioni. Ma il calcio non ha regole e forse sarebbe corretto fermare tutto, così, tanto per ragionare sul fatto che il giocattolo non è che si sta rompendo: si è rotto da un pezzo.

28 novembre 2011
 
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