Folli progetti e folli protetti: per Mladic le frontiere non sono così nette

di Marina Moncelsi

Sarà stato un caso, ma è bastata una decina di giorni per far smuovere acque ferme da 16 anni. Nemmeno due settimane fa, infatti, il procuratore capo del Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi) Serge Brammertz, in visita a Belgrado, ha ricordato al presidente Boris Tadic che la Serbia non è stata molto collaborativa nel localizzare gli ultimi criminali di guerra serbi ancora a piede libero, Ratko Mladic e Goran Hadzic. Mladic era ricercato dal 1995, quando il Tribunale penale delle Nazioni unite dopo aver formalizzato l’atto di accusa per genocidio e crimini contro l’umanità, emise un mandato di cattura internazionale. Nel novembre del 1996, Mladic viene destituito dal comando dell’esercito serbo-bosniaco e i suoi dieci anni di latitanza li passa tranquillamente tra Bosnia e Serbia, protetto dall’esercito dei suoi ex subordinati bosniaci. E finalmente l’arresto: Mlavic si trovava a un’ottantina di km dalla capitale serba. 


La coincidenza temporale legittima il sospetto che la Serbia abbia seriamente considerato la possibilità di restare ancora esclusa dalla Unione Europea proprio in virtù di un rapporto negativo che il Tribunale Penale Internazionale avrebbe potuto consegnare a Bruxelles, a proposito della cooperazione Serbia-Tpi. Ragion per cui, tra la fondata ipotesi di una bocciatura della candidatura serba nell’UE e il perseverare nel nascondere uno dei peggiori criminali che la storia abbia mai conosciuto, vince la ragion di Stato: ed ecco l’inatteso arresto di Mlavic. Che si nascondesse in Serbia, non v’era dubbio; Brammertz ne era convinto, tanto da insistere con Belgrado affinchè Mladic, come prima di lui il leader serbo-bosniaco Radavan Karadzic e l’ex presidente Slobodan Milosevic, venisse assicurato alla giustizia. Sarà dunque estradato all’Aja, e affronterà il processo per rispondere dei capi di imputazione che lo hanno accomunato a Karadzic, Milosevic e al latitante Goran Hadzic: crimini di guerra e genocidio. Su di lui, in particolare, pende l’accusa del massacro di Srebrenica: oltre 8.000 civili uccisi dall'armata serbo-bosniaca nel luglio 1995 in un inutile massacro e seppelliti in fosse comuni. 


Nonostante non sia stata provata la reale responsabilità della Serbia (che non è stata dichiarata colpevole di genocidio perché "non vi sono prove di un ordine inviato esplicitamente da Belgrado", né di complicità perché non è provato che le autorità di Belgrado fossero al corrente della "intenzione di commettere atto di genocidio") la Corte dell’Aja ha rilevato che "vi era un serio rischio di massacro, ma la Serbia non ha fatto nulla per rispettare i suoi obblighi di prevenire e punire il genocidio di Srebrenica". Forse anche per questo, il presidente Tadic nei giorni scorsi aveva assicurato al magistrato del Tpi che per Belgrado mettere le mani sui due criminali è "un obbligo morale" come lo è stato per gli USA nei confronti di Bin Laden. 


Ma soprattutto dopo il ritrovamento dei diari di Mlavic da tempo a disposizione dei giudici dell’Aja, per Belgrado non era più possibile proteggere l’autore di quelle oltre 3500 pagine che lo inchiodano -più ancora delle testimonianze dei sopravvissuti- alle proprie responsabilità. In quei 18 quaderni fitti di annotazioni, custoditi dalla moglie e ritrovati in una delle sue abitazioni, ci sono le prove che la pulizia etnica fu pianificata a tavolino; e se lui, Mladic, era il braccio militare del grande e folle progetto di una Grande Serbia, le menti politiche di quegli orrori (Milosevic e Karadzic) ne avevano steso la "dottrina". Con ferocia studiata a tavolino, i suoi uomini hanno attuato una atroce pulizia etnica; due milioni e mezzo di persone cacciate dalle loro terre e dalle loro case, migliaia di prigionieri torturati, affamati e uccisi nei suoi campi di concentramento. Sono i suoi uomini che hanno usato lo stupro etnico come arma di guerra: le donne violentate dovevano generare un bambino serbo, per non essere più accettate- se sopravvissute- dalla loro gente.  Amava dire, Mlavic, che "da sempre le frontiere sono tracciate con il sangue". Se non potrà finire i suoi giorni da uomo libero sarà proprio perché le frontiere, a volte, sono meno nette di quanto lui ha voluto.


 

06 giugno 2011
 
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