Anche per i genitori dei teppisti è "sempre colpa del branco"

di Don Antonio Mazzi

Siamo un po’ tutti spaventati per i movimenti ultrà e per le manifestazioni manipolate da gruppi di estremisti, addestrati al peggio. E, come spesso accade, i genitori difendono a spada tratta i loro figli, comunque vadano le cose.


“Noi i  nostri figli li conosciamo a fondo. È il branco che li fagocita. Il branco è forte e ti fa fare cose che non faresti mai”. È su queste dichiarazioni paterne che vorrei soffermarmi. Durante l’adolescenza l’influenza del gruppo è determinante. Non può un genitore dare per scontato questo delicato passaggio quasi facesse parte di meccanismi estranei all’educazione.


Conoscere molto bene i nostri figli esige la non sottovalutazione di questo aspetto così determinante. Oggi, poi, le solitudini familiari, le coppie genitoriali spesso spezzate o deboli, portano ancora di più gli adolescenti a cercare sicurezza e identità fuori casa e nel gruppo. Certi misfatti vengono consumati da giovani ben lontani dal capirne le conseguenze. E, combinato il pasticcio, le vittime non sono solo le vittime, ma anche gli occasionali complici.


Se non prendiamo coscienza di questi pericoli e se non parliamo con infinita pazienza e intelligenza di queste cose in casa, prima che sia tardi, episodi come quelli accaduti nelle piazze romane due settimane fa, si moltiplicheranno. “Mio figlio è sempre stato un ragazzo tranquillo e non era mai andato ad una manifestazione, non so nulla della maschere antigas”. È vero! Ma sono quasi sempre partiti da qui, dal figlio tranquillo, che va bene a scuola, i pasticci degli ultimi anni.


L’adolescenza si sviluppa con intermittenze, blackout, fughe, rabbie, raptus inspiegabili o, almeno, di nuovo tipo, molto diverse da adolescenze di tempi passati. Pare quasi trattarsi di sdoppiamento temporaneo di personalità. Caino e Abele, fino a ieri erano due, oggi si sono sovrapposti. Mi spavento solo a dirlo ma mi trovo, troppe volte a pensarlo. Cosa fare? Per prima cosa non credere che sia sufficiente mettere al mondo un figlio per conoscerlo. E, anche fosse vero, l’adolescenza ci obbliga a rimetterlo al mondo un’altra volta, ripensandoci come genitori, come educatori, come insegnanti.

15 novembre 2011
 
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