In nome del padre, ora i figli esigono uomini e non eroi o divinità

di Don Antonio Mazzi

È con mia grande meraviglia che torna il nome del padre, dentro la cultura, la letteratura, l’arte la psicologia, in modo profondo, nuovo, meno epico e drammatico, ma più a dimensione relazionale. Pare d’un tratto che spunti il bisogno di una figura umanizzata con un temperamento forte e fortificante ma non invincibile.


Ulisse, Enea, Mosè, l’Olimpo, Achille, Ettore, fanno parte di un circuito tramontato. Ora i figli esigono padri e non eroi, uomini e non divinità. Un ciclope che espugna Troia, un Mosè che trasborda un intero popolo, un Noè che attraversa il diluvio, non interessano più. I figli vogliono il padre a cena, che ha il coraggio di non divorziare, che fa i compiti di matematica, che gioca al pallone, che cammina in montagna.


Può essere banale dichiarare che fare i compiti con il nostro figlio, sui tempi lunghi vale l’uscita dalla pancia del mitico cavallo? Estrarre dalla manica Pinocchio, quasi fosse un jolly vincente, nascosto solo per preparare la suspense della partita e contrapposto all’Edipo parricida e al Telemaco instancabile scrutatore dell’orizzonte in attesa di Ulisse, è mio vizio antico. Non diventa attesa infinita e moderna, sostitutiva dell’onnipotenza deleteria incarnata allora da personaggi scolpiti nelle montagne che contano.


Pinocchio, Geppetto, la fata, il gatto e la volpe, la discoteca di Lucignolo, la pancia della balena, riemergono con la saggezza di colui che aspettava pazientemente sulle rive del fiume.


La domanda di padri, non è più nemmeno un tipo di domanda che si allarga su modelli ideali, sicuri nelle loro certezze, dogmatici e repressivi. Il Geppetto che nascosto dentro la grande pancia della Balena, si fa trovare dal figlio, presenta aspetti e sussulti più emozionanti di quelli vissuti sull’isola dei proci e durante il passaggio tra Scilla e Cariddi.


Il padre che oggi invochiamo non esibisce l’ultima parola, ma ricerca timidamente come riempire di piccoli significati la vita quotidiana. Non pretende di capire i sensi ultimi, e gli enunciati escatologici. Massimo Recalcati, riporta una bella sintesi: “Un padre radicalmente umanizzato, e vulnerabile, incapace di dire quel’è il senso ultimo della vita, ma capace di mostrare attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso”. Se ho capito bene questa scoperta recente, ho infinita fiducia che stiamo aiutando i nostri figli ad approdare su lidi migliori, senza aspettare Godot.

15 luglio 2011
 
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