Esecuzione di Troy Davis: che differenza c'è tra chi usa l'iniezione letale e chi lapida nelle piazze?

di Gloria Mattioni




“Eseguita” la condanna a morte di Troy Davis in Georgia, a tutti gli altri stati d’America in cui è in vigore la pena capitale (California compresa), spetta condividere il peso di questa ennesima vergogna. Aggravata dallo spettacolo, al limite del pornografico, che i governanti americani sono ben felici di dare, mostrando pubblicamente gli ultimi, tragici istanti e dettagli di un omicidio legalizzato.


Troy Davis, accusato di avere ucciso a colpi di pistola un poliziotto fuori servizio nel parcheggio di un fast food di Savannah nel 1989, ha mantenuto la sua innocenza fino alla fine.  E molti tra noi hanno condiviso il dubbio che potesse essere sincera, visti i molti errori e le mancanze procedurali accumulati nel suo caso e la candidatura volontaria di Davis a sottoporsi al test della “macchina della verità”, testardamente rifiutato dalle autorità al pari di tutti gli appelli inoltrati dai suoi legali. La manifestazione di protesta fuori dalle mura del braccio della morte del penitenziario è stata infatti la più affollata nella storia della Georgia, sottolineando la convinzione generale che  di “giustizia” proprio non si potesse parlare.


Un caso singolare ma assai più comune di quanto si creda. In quasi vent’anni di sforzi di lavoro umanitario per garantire rappresentanza legale adeguata ai condannati a morte (considerando che il diritto alla difesa in uno stato democratico dovrebbe essere garantito a tutti i cittadini), ho incontrato almeno trenta casi che facevano saltare sulla sedia per l’evidente ingiustizia. Condanne basate su indagini inesistenti, prove assolutamente non sufficienti o persino fabbricate ma che sarebbero, saranno e in molti casi, purtroppo, sono già costate la vita di un innocente.


Ma il punto in discussione non dovrebbe essere tanto l’innocenza, a mio avviso (e lo dico a rischio di tirarmi addosso gli insulti di chi non la pensa come me). Il punto è la mostruosità di una società che si considera civile pur pensando che uccidere a sangue freddo e in nome della legalità sia una forma accettabile di “penitenza” per i peccati mortali. Nessuno riuscirà mai a convincermi che c’è una sostanziale differenza fra chi amministra l’asettica  e ospedaliera “iniezione letale “ (tre iniezioni in successione, in realtà, che non assicurano affatto una morte così immediata e indolore come si vuole far credere) e chi lapida con le pietre o lincia sulla pubblica piazza.


E di nuovo a rischio di farmi insultare, per evitare ogni equivoco intendo chiarire che le mie convinzioni non sono quelle di un agnellino pacifista a tutti i costi. Se dovessi trovarmi in una situazione in cui una persona innocente e incapace di difendersi sta venendo aggredita, seriamente ferita, o consistentemente minacciata di morte da un predatore, non esiterei un solo secondo a fare fuori l’aggressore per salvare la vita della sua vittima. Ma non posso giustificare il crudele linciaggio di stato e a sangue freddo come fanno certi moralisti con la scusa che sia un “deterrente” per i crimini più efferati nonostante, dati alla mano, sia dimostrato che negli stati in cui la pena di morte è in vigore non ci sono affatto meno omicidi che in altri. Una legge che limiti l’accesso alle armi, ancora estremamente “facile” in tutta America, sarebbe un deterrente assai più efficace.

23 settembre 2011
 
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