La verità sul Labor Day, la vacanza nazionale americana

di Gloria Mattioni

In America, la festa dei lavoratori non cade il 1 maggio, come in Europa, bensì il primo lunedì di settembre. Segna anche una sorta di addio all’estate perciò si celebra generalmente con feste sulle spiaggia e barbecue in giardino, cercando di acchiappare gli ultimi raggi di sole intenso. Di rigore comunque l’idea di rilassarsi, quindi: tutto è concesso meno che lavorare.


Non erano esattamente queste le intenzioni del Presidente Grover Cleveland quando, nel 1884, passò la legge che dichiarava Labor Day una vacanza nazionale.  Lo spirito della legge era quello di promuovere l’etica americana rispetto al lavoro:, una versione ancora più partigiana del nostro detto “il lavoro nobilita l’uomo”.  L’idea era quella dunque di piazzarlo alla fine dell’estate proprio per dichiarare la fine della stagione dell’indolenza e differenziarlo dalla festa celebrata a maggio e voluta dai movimenti dei lavoratori europei, di assai più radicali vedute.


In poche parole, la vacanza nazionale doveva funzionare come un incentivo a lavorare di più, non di meno, e con rinnovata gioia. Il modo di mostrarlo era marciare orgogliosamente in parata con abiti e strumenti di lavoro, non con un tuffo in piscina. Cleveland e i Padri Fondatori sarebbero inorriditi vedendo come la maggior parte degli americani oggi passa la giornata del Labor Day, in beato ozio! Labor Day, dunque, simbolicamente incarna la perenne contraddizione della società americana: quella spaccatura tra l’immagine voluta per la nazione e il comportamento reale dei suoi individui. Storicamente, è diventato il fulcro della “guerra civile” tra i principi virtuosi importati dai puritani dalla nuova Inghilterra e la naturale inclinazione a godersi la vita, presente soprattutto nelle fasce “basse” della popolazione (meno disposte a credere che lavorare come bestie da soma possa spianare la strada all’illuminazione e/o garantire maggiore dignità).


Durante la guerra d’indipendenza e la nascita della nuova repubblica, i Padri Fondatori dichiararono apertamente guerra al divertimento, scrivendo nero su bianco che incoraggiavano “la frugalità, il risparmio e l’industriosità” mentre esecravano “ogni specie di stravaganza e dissipatezza, e in particolare le corse dei cavalli o lotte dei galli e ogni tipo di gioco d’azzardo, accanto ad altre dispendiose forme d’intrattenimento ed evasione”. Un’etica che nel diciannovesimo secolo venne sintetizzata dal libro forse più venduto (“The American  Spelling Book” di Noah Webster) con il seguente avvertimento ai genitori: ‘un bambino saggio amerà lavorare per guadagnarsi i suoi libri, uno sciocco sceglierà invece di trastullarsi coi giocattoli”. Meraviglioso espediente per promuovere il lavoro minorile come un’altra buona idea sulla via della virtù insieme a orari di lavoro massacranti, che potevano raggiungere le 16 ore giornaliere , per 6 giorni a settimana.


Per fortuna, entrò in gioco a questo punto quel famoso individualismo che sembra essere parte del Dna americano, che spesso si traduce nell’abilità di piegare le regole, anche le più rigide, come flessibili bambù per adattarle al proprio individuale senso di giustizia, onore o rispetto dei valori comuni. Ed ecco che allora le parate del Labor Day oggi assomigliano più al carnevale di Viareggio. E ben vengano le riunioni con gli amici all’insegna del relax, le celebrazioni con i barbecue in giardino e le feste sulla spiaggia!


 


 

06 settembre 2011
 
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