

Secondo i dati Isfol plus diffusi il 10 gennaio 2012 siamo diventati, negli ultimi tre anni, un paese ancora più precario. Secondo l’Isfol: “l’incidenza di occupazioni atipiche è decisamente sbilanciata per età, coinvolgendo maggiormente i giovani: solo il 54% dei 18-29enni è a tempo indeterminato, poco meno del 10% sono autonomi, circa l’8% ha un contratto di apprendistato e quasi il 25% rientra nell’atipico. Le donne, i laureati e i residenti nelle regioni meridionali sono più coinvolti nel lavoro non standard. Possiamo parlare – ha dichiarato Aviana Bulgarelli, Direttore generale dell’Isfol – di un mercato del lavoro meno permeabile, in cui l’ingresso nel mondo del lavoro prima e la stabilizzazione delle posizioni lavorative poi avvengono con più difficoltà. La velocità di trasformazione di conversione dei contratti flessibili in occupazioni stabili si è ridotta e gli esiti negativi sono aumentati, segnale che la crisi l’hanno pagata in particolare gli atipici e coloro che nel mondo del lavoro ancora non erano entrati a fine 2008”.
Dati recenti ed eloquenti, che testimoniano il peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Se al 25% di contratti atipici si aggiunge il 22% di giovani che non studiano né lavorano (dati Censis del 2 dicembre 2011) ci si accorge che circa la metà degli italiani sotto i trenta anni vive una condizione di debolezza all’interno del mondo del lavoro, che va dalla disoccupazione al precariato. Dopo tre anni contrassegnati dalla passività del governo Berlusconi e del ministro Sacconi (che in molti casi ha peggiorato la situazione esistente) il governo Monti e il ministro Elsa Fornero hanno deciso di affrontare i nodi di un mercato del lavoro che presenta aspetti, come documentato dall’Isfol, di forte sofferenza. E’ una discussione difficile, che passa attraverso interessi e visioni spesso opposte.
C’è poi la questione dell’articolo 18 che troppo spesso polarizza la discussione. Sono tornate alla ribalta alcune proposte, presentate dai senatori e dai deputati del partito democratico negli ultimi due anni note dall’opinione pubblica come proposte per il “contratto unico”. Con la nuova situazione politica queste proposte del PD possono essere una importante base di partenza per la riforma del mercato del lavoro. Ho presentato con altri 80 colleghi del PD — tra i quali Ivano Miglioli, Maria Grazia Gatti, Giulio Santagata, Giuseppe Berretta e Cesare Damiano – una proposta per l’istituzione di un contratto unico di inserimento formativo (CUIF). Il senso della proposta è garantire, al tempo stesso, la necessità di flessibilità delle imprese e quella di stabilità dei lavoratori, senza toccare in alcun modo le garanzie dell’art. 18.
In sintesi la proposta è così strutturata: Il contratto unico di inserimento formativo (CUIF) è una forma incentivante di accesso al lavoro che unifica e assorbe tutte le forme di lavoro precario attualmente esistenti, rendendo conveniente per le aziende l’assunzione a tempo indeterminato. Supera e sostituisce diverse forme di contratto atipico introdotte dalla legge 30: l’apprendistato professionalizzante e di alta qualificazione, il lavoro ripartito, il lavoro intermittente. Può essere stipulato una sola volta dai datori di lavoro con lo stesso lavoratore. E’ diviso in due periodi: 1) l’abilitazione; 2) il consolidamento professionale. L’abilitazione è il primo periodo del CUIF. E’ a tempo determinato, fino a un massimo di tre anni. Il periodo è deciso dai diversi CCNL. Il lavoratore, durante questo periodo, compie un percorso di inserimento al lavoro e formazione. L’azienda comincia a godere di incentivi. Alla scadenza del primo periodo il lavoratore vede il proprio contratto convertito in un tempo indeterminato. Si ha allora, con l’assunzione a tempo indeterminato, un secondo periodo di incentivi. Questa fase è chiamata consolidamento professionale. E’ di durata pari al primo e vede incentivi crescenti. Maggiore è la permanenza in azienda del lavoratore, maggiori sono gli incentivi. La retribuzione è progressiva. Non può essere inferiore, all’inizio del rapporto, al 65% dei minimi stabiliti per i lavoratori qualificati.
Durante il primo periodo, l’abilitazione, se l’azienda dimostra di avere svolto la formazione del lavoratore, la contribuzione è fissata al 25%. Nel secondo periodo successivo all’assunzione a tempo indeterminato, il consolidamento professionale, la contribuzione è fissata al 21%, 23% e 25% per il quarto, quinto e sesto anno del CUIF. Per tutte le lavoratrici e i lavoratori del sud è previsto un ulteriore incentivo di 12 mesi. Si tratta di una proposta a nostro parere realizzabile e conveniente per imprese e lavoratori. Potrebbe costituire un pilastro della riforma del mercato del lavoro insieme al ridisegno degli ammortizzatori sociali, per i quali le maggiori risorse possono arrivare sin da subito dai consistenti risparmi realizzati con la riforma delle pensioni.
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