

Giovanni (nome di fantasia) lavorava, fino al 2009, nel settore amministrativo di un’azienda italiana di call center, la Ermetel. Dal 2009 ha perso il lavoro, poiché la società ha smesso di esistere. Non è semplice la storia della Ermetel e si inserisce in un universo di tante società, riconducibili a un gruppo imprenditoriale napoletano, fatto di società che nascono, muoiono e vengono fatte a pezzi con impressionante rapidità. Difficile capirci qualcosa. Come scrivevo al ministro del lavoro in un’interrogazione – finora senza risposta dal 28 ottobre 2010 - : “la società di call center Ermetel srl fa parte di un gruppo che fa riferimento all'imprenditore Giorgio Arcobello Varlese; attorno al gruppo dell'imprenditore Arcobello Varlese ruotano diverse società oltre Ermetel come: Bulè srl, Serviti srl, Sercomm srl, Serinf srl, Servimm srl, Carivass srl, Crossing net srl, Nemera Srl, Sirva Srl, Serform srl, Serna srl, Nover srl, Fidecom Call srl; questa complessa galassia societaria ha affrontato numerosi problemi legati a licenziamenti, e mancato versamento di mensilità di stipendio, trattamenti di fine rapporto e contribuzioni previdenziali”. La lunga autocitazione di un atto parlamentare è necessaria per spiegare il contesto che ha seguito il licenziamento di Giovanni. Il lavoratore quando perde il posto ha diritto, oltre agli stipendi, anche al trattamento di fine rapporto.
Quando un’azienda è insolvente e non paga stipendi, contributi e Tfr, almeno per quanto riguarda quest’ultimo interviene, a favore del lavoratore-creditore, lo Stato. L’Inps, con un proprio fondo di garanzia, si sostituisce all’azienda e paga quanto spetta all’ex dipendente. Poi si rifarà con l’impresa debitrice. Tutto questo non ha funzionato nel caso di Ermetel. La società infatti, pur essendo di fatto completamente italiana, avrebbe ufficialmente sede a Burgas Zar Samoil (Bulgaria). In pratica, sostiene l’Inps, per aderire al fondo deve essere stata avviata una procedura di fallimento. Senza un fallimento in corso non c’è accesso al fondo di garanzia. La proprietà straniera della società mette al riparo Ermetel da questa procedura. Giovanni, e i suoi colleghi, dovrebbero rivolgersi alla giustizia civile di Sofia con dei costi maggiori rispetto ai soldi che devono (giustamente) recuperare. In attesa di ricevere una risposta dal ministro, occorre una riflessione sui giochi societari che vengono sempre più utilizzati da imprenditori poco onesti per frodare fisco e lavoratori.
La “pista bulgara” riguarda sempre più aziende che spesso finiscono in cronaca giudiziaria per varie inchieste. Il crac del mobilificio Aiazzone, che ha visto coinvolto l’ex presidente del Torino calcio Borsano, consisteva proprio in questo. Come scriveva La Stampa il 29 marzo 2011: “le società venivano spolpate. Quelle che non era possibile recuperare venivano trasferite in Bulgaria per evitare le procedure fallimentari; per quelle ancora recuperabili si creava una newco e si presentavano documenti con credito, fittizi secondo la procura, per ottenere un concordato e ottenere un giochino”. Anche l’inchiesta Pambianchi, partita da Aiazzone e che ha visto coinvolte 300 società, porta in Bulgaria: questo sembra diventato il paradiso delle società italiane indebitate. Le interviste del magistrato anti-reati finanziari della procura di Roma, dott. Nello Rossi, sono estremamente illuminanti sul meccanismo che veniva utilizzato. Come frenare questa pericolosa deriva? Anzitutto tenendo conto che la Bulgaria è Europa e pienamente membro dell’UE.
Ci devono essere regole per la protezione dei lavoratori e di certezza del diritto che valgano in tutta Europa. Poi va riformata, nella legislazione italiana, la cessione di ramo d’azienda che è il veicolo che consente questo tipo di frodi. Nel caso di Giovanni una cessione di ramo d’azienda è servita a lasciare la scatola vuota bulgara e a ricostituire una nuova società operante in Italia. Le cessioni di rami d’azienda sono diventate una forma di licenziamento surrettizio. Si vendono pezzi di società (che in realtà vuol dire persone) per realizzare profitti in maniera truffaldina. Si è visto ampiamente nel caso Eutelia-Agile. Si cedono rami di società per scaricare debiti e costi svuotandole di crediti, commesse e capitali. Chi rimane in mezzo, schiacciati, sono i lavoratori. Ho presentato, con altri colleghi, una proposta di legge per riformare questa disciplina affinché siano “vere” cessioni, trasparenti e con un progetto che le guida. Altrimenti i casi come quello di Giovanni saranno sempre di più.
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