

Massimo ha 39 anni, anzi quasi 40. Vive in una grande città del Nord. Un territorio che è sempre stato ricco di imprese, e opportunità di lavoro e crescita. La crisi è arrivata anche lì. Da tre anni è disoccupato. Fino al 2008 ha lavorato, bene o male, come una cosiddetta “finta partita iva”. Faceva l’agente immobiliare per una delle più società del settore ed era stato costretto a “fingersi” un lavoratore autonomo. Sono tante, in Italia, le finte partite Iva. Ha fatto scalpore, lo scorso anno, un’inchiesta del venerdì di Repubblica che ha raccontato come persino in un settore tradizionale come quello dell’edilizia ci siano sempre più muratori con partita iva. La ragione sta naturalmente nei bassi costi per i datori di lavoro: una prestazione a partita iva non comporta ferie, malattie, tredicesime e liquidazioni.
Ci occuperemo di questo fenomeno in futuro – è cresciuto in Italia in maniera abnorme – ma torniamo a Massimo. Da quando ha perso il lavoro – o meglio ha dovuto cessare la collaborazione e chiudere la partita iva – Massimo vive la sua condizione di disoccupato senza alcun sostegno pubblico. Per intenderci non ha avuto diritto all’indennità di disoccupazione né ha potuto fare domanda per ricevere il famoso (ed esiguo) bonus precari promosso dal governo Berlusconi. Massimo non si dà per vinto e decide di rimettersi in gioco. Come da più parti si dice – in maniera quasi ossessiva – la chiave per (ri)trovare lavoro è la conoscenza. Conoscere, formarsi, acquisire competenze in un mercato del lavoro sempre più difficile e segmentato è fondamentale. Nel nostro Paese si versano, ogni giorno, i proverbiali fiumi d’inchiostro sul valore della società della conoscenza e sulla necessità di formarsi “per tutto il corso della vita”. Ma come funzionano le cose nella realtà? O, almeno, in alcune realtà? Per un disoccupato di quasi 40 anni che torna a vivere a casa, e che non viene da una famiglia ricca, le possibilità di un master alla Bocconi o alla Columbia Univeristy sono molto esigue. Per una persona normale come lui la via maestra per formarsi sono i corsi gratuiti presso la Regione o la provincia. Se ne fanno tanti e il pubblico – soprattutto l’Unione Europea – li finanzia generosamente.
In un’epoca in cui lo Stato non può più dare lavoro assumendo direttamente è giusto che si impegni, dal punto di vista finanziario, dando a tutti la possibilità di poter competere. L’equazione più conoscenza uguale più lavoro è l’architrave della formazione sostenuta dall’Ue. Massimo si iscrive a un corso di Assistant Marketing Manager della durata di 740 ore. Certo non è come un corso per diventare saldatore, ma sicuramente dovrebbe dare qualche opportunità. Massimo si applica diligentemente al corso. 740 ore sono tante. In pratica si tratta di nove mesi con un impegno quotidiano. Il corso prevede la possibilità di effettuare uno stage in azienda. Massimo è felice. Per la prima volta dopo anni ha la possibilità di rimettere piede nel mercato del lavoro. Non è uno sprovveduto ed è sicuro di farsi valere una volta “in ditta”. Magari da cosa nasce cosa…Tutto si blocca sulla possibilità di effettuare uno stage. Possibilità non vuol dire sicurezza. Massimo è troppo adulto e le aziende molto difficilmente prendono uno stagista di 40 anni. Troppo anziano.
I colleghi di corso di Massimo (età media 25 anni) almeno lo stage riescono ad ottenerlo. Quindi niente stage e …….niente corso. Senza lo stage effettuato in azienda neanche il corso di formazione rilascia l’attestato finale di frequenza. Quindi Massimo ha buttato al vento nove mesi di un’esistenza dove, se sei disoccupato, ogni secondo è lungo come un’eternità. E’ una storia limite, forse. Ma una riflessione sulla necessità di coniugare gli enunciati sulla formazione continua e la realtà del mercato del lavoro non è forse il caso di approfondirla? Quanti altri Massimo ci sono in Italia?
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