Solo i soldi contano? Io continuo a insegnare che nella vita c'è di più: come il pensiero, l’amore e la bellezza

di Marco Lodoli

Quante volte in classe ho dovuto convincere i ragazzi che non contano solo i soldi, che nella vita c’è altro, c’è molto di più, che la nostra esistenza si solleva e si nobilita grazie al pensiero, all’amore, alla bellezza. Che spesso il mondo cambia perché qualche idealista decide di credere fino in fondo nei propri sogni, e la sua fede diventa contagiosa per milioni di persone, la sua energia si propaga, abbatte i muri, apre orizzonti. Che senza poesia la vita diventa una cosa morta, un peso insopportabile, un meccanismo cieco, che solo la bellezza ci salverà, come diceva Dostoevskij.


Spero di aver aiutato molti ragazzi negli anni difficili della crescita, quando si può imboccare la strada della sensibilità o quella del cinismo, quando basta niente per cominciare a pensare che la vita è uno schifo dove comanda solo chi ha le tasche piene e tutto il resto sono fesserie. Credo che un insegnante, anche a costo di sembrare un matto, deve comunicare con tutte le forze la sua fiducia negli aspetti migliori dell’esistenza, anche a costo di ignorare la verità, se la verità è troppo squallida.


“Lei chiacchiera, legge i poeti, scrive favolette, ci mostra i film di Fellini, i quadri di Picasso, ed è tutta roba interessante, professore, ma la verità è che la cultura è come cipria: la puoi mettere in faccia a una bella donna o a un cadavere, la sostanza comunque sta sotto.” E la sostanza è il denaro, perché solo il denaro – insistono i miei studenti – muove le cose, fa viaggiare la gente, dà e toglie potere, carica gli immigrati sulle barche, annoda le cravatte dei broker, schianta gli stati e ammazza i poveracci. Il denaro è il motore, il resto è carrozzeria, a volte optional, cerchi in lega o sedili in pelle, dettagli che fanno effetto ma che restano inessenziali. Sonetti, preghiere, sinfonie, cogito ergo sum, quadri e commedie, sono solo favole per addormentare il bimbo. Poi i grandi giocano a poker, si impongono o si rovinano.


Io non mollo, ribatto, ma certo osservando il mondo in questi mesi, leggendo i giornali, salendo e scendendo sulle montagne russe delle borse e dello spread, devo riconoscere che il cinismo dei miei studenti è piantato sulla roccia, mentre le mie parole stanno nel vento, magari nello zefiro sereno che nessuno ha mai incontrato. Non hanno letto Marx, i miei studenti, non hanno studiato i concetti di struttura e sovrastruttura, però istintivamente hanno capito come funziona la vita, e il nostro tempo sembra dar loro pienamente ragione.


Il valore dei derivati – spiegava l’altro giorno un economista – è dieci volte il valore dell’intera economia mondiale. Il denaro dunque è reale e fantastico, è una pietra e un sogno, occupa tutti gli spazi, veri e immaginari, del nostro pianeta. Chi vuole esistere deve essere benedetto da una cascatella di monete: e questo ormai vale anche nell’arte, dove conta solo chi scala le classifiche e sbanca il botteghino. Insomma, io continuo a ripetere le mie lezioni, a suonare lo zufolo in mezzo ai prati, a passeggiare sotto i porticati di Atene, a indicare pensieri e immagini potenti, ma i ragazzi oggi questa potenza non la sentono, oppure la considerano carta da parati, un secchio di vernice per tinteggiare il muro di bianco o di azzurro o di rosso: quello che vale è il muro, robusto o marcio. “Solo il denaro suona e canta, professore, ormai dovrebbe essere evidente pure agli illusi come lei…”   

27 agosto 2012
 
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