Riforma della scuola: non basta premiare il migliore

di Marco Lodoli

Sono sempre stato un agonista, ho sempre giocato per vincere, sputando l’anima in campo, provandole tutte per superare gli avversari: a calcio, a nuoto, a ping pong, a basket, nella corsa, non mi sono mai tirato indietro, non ho mai detto l’importante è partecipare, stare insieme all’aria aperta, farsi una bella sudata. Anzi, ho sempre avuto in antipatia quelli che giocavano tanto per farti un piacere, che ributtavano la pallina di là svagatamene, che a dieci minuti dalla fine di una partita accesissima si avvicinavano e domandavano: “Ma quanto siamo, due a zero o due a uno?” No, nello sport e nella vita bisogna mettercela tutta, altrimenti non è divertente. Finita la partita, poi, si dimentica tutto, come è andata è andata, ma durante il gioco ogni pallina è una questione di vita o di morte.


Questa è la premessa per affrontare il tema del giorno, la nuova riforma scolastica che prevede grandi premi, anche economici, allo studente dell’anno. Ogni scuola sceglierà il suo campione, il recordman dei dieci netti in tutte le materie, il fuoriclasse che non ha sbagliato un’interrogazione né un compito in classe. Lui avrà l’alloro sulle tempie e anche facilitazioni fiscali. Ecco: a me, che pure come ho detto corro per vincere (e non ho mai vinto), questa ipermeritocrazia non mi piace affatto. Penso che la scuola non può mobilitarsi per il singolo genietto, non deve costruire archi di trionfo al passaggio dell’unico vincitore a mani alzate, con un sorriso per i fotografi.

In Italia abbiamo il più basso numero di laureati d’Europa, un livello scolastico abbastanza scarso nelle materie scientifiche, ma direi modesto in quasi tutto, l’analfabetismo che avanza come il deserto, prosciugando oasi, librerie, giornali, l’acqua fresca del sapere, professori veramente malpagati (un quarto dei colleghi degli svizzeri, per intenderci) e dunque spesso impossibilitati all’acquisto di un libro o di un biglietto per il teatro; abbiamo scuole fatiscenti, un abbandono scolastico che fa paura, perché avviene soprattutto a Sud e nei quartieri più poveri, e dunque è la premessa alla disperazione e forse alla criminalità; abbiamo bastonato ogni idea di cultura, l’abbiamo sgambettata, gettata a terra e derisa; abbiamo un mondo di ragazzi che detesta leggere, che impigrisce davanti alla televisione o su facebook, che pascola nei campi aridi dei centri commerciali.

Abbiamo un paese che balbetta, che fatica a capire. E allora non basta alzare la mano a un vincitore, farlo baciare dalle belle della scuola, regalargli libri, abbonamenti, agevolazioni, perché si rischia di fare un gregge con una pecora bianche e le altre tutte nere. Un paese democratico deve crescere uniformemente, non favorire ulteriori separazioni tra chi può e chi non può. Bisogna investire nella scuola, renderla di nuovo un bel posto per ogni studente, non assicurare una camera con vista solo al più bravo. E poi, povero campione, alla fine resterebbe di sicuro antipatico a tutti e andrebbe in depressione.

04 giugno 2012
 
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