Abbiamo scoperto la libertà o stiamo tornando ad un fato che ci prescinde?

di Marco Lodoli

"L'uomo non è perché non ha decisioni da prendere. E’ passivo, è in un certo modo solo un riflesso. Partecipa dell’Essere, in quanto celebra i miti ed esegue i riti”: così scriveva Giorgio de Santillana, fisico e filosofo ebreo, costretto nel 1936 ad abbandonare Roma per rifugiarsi negli Stati Uniti. “Fato antico e fato moderno”, da cui ho estratto la citazione, è un breve saggio in cui Santillana ragiona attorno al concetto di libertà. Nel mondo antico, ossia prima dei Greci, nel mondo dei Sumeri, dei Medi, dei Persiani, e ancora prima, tutto era regolato da un misterioso ordine matematico che muoveva i pianeti e le esistenze degli esseri umani. Un ordine superiore fatto di numeri stabiliva il corso delle cose e non permetteva alcuna via di scampo. L’uomo si adeguava naturalmente al firmamento e al destino, non immaginava nemmeno di poter modificare il flusso del tempo e degli eventi, “celebrava i miti ed eseguiva i riti”, niente di più e niente di meno.


Il Fato era già scritto da sempre, ribellarsi era impossibile e d’altronde nessuno pensava neppure per un momento di poter stravolgere i numeri dominanti. “Se l’universo è uno, non si possono scegliere unità arbitrarie come facciamo noi: tutte le unità di misura sono strettamente interconnesse tra loro e col tutto. Non c’è libertà, non c’è gioco ad alcun livello, tutto deve essere così com’è”. Poi sono arrivati i tragici greci e, pagando un caro prezzo, l’uomo ha scoperto di poter intervenire sulla propria vita, di potersi opporre alla volontà degli dèi e a ciò che pare definitivo e immutabile. Antigone, Edipo, Medea ribaltano il tavolo di marmo, spezzano le catene del fato, compiono scelte terribili in nome della propria individualità. Iniziano i tempi moderni: ogni uomo si trova davanti a una pagina bianca da riempire con i propri giorni, uno dopo l’altro, e ogni giorno presenta biforcazioni, dubbi, scelte difficili da compiere, difficili ma necessarie per formare liberamente l’esistenza.  


Insomma, secondo Giorgio de Santillana prima obbedivamo a un misterioso e celeste sistema numerico, a un Fato che ci prescindeva, poi abbiamo scoperto la libertà.


E oggi? Non abbiamo a volte l’impressione di essere ritornati dentro un cosmo unitario, in cui “tutte le unità di misura sono interconnesse tra loro e col tutto”, un cosmo in cui il denaro regola i pensieri, li comprime in un pensiero unico, da cui poi deriva tutto il resto? Non ci sembra che la nostra libertà di scelta si sia infinitamente ridotta, e che la nostra vita sia decisa altrove, nel registro contabile del Re del Mondo, in qualche palazzo di vetro, in qualche ufficio al centesimo piano? Possiamo decidere riguardo le inezie, ma nella sostanza la nostra vita non è forse in mano a chi tira i dadi, a chi stabilisce i flussi finanziari, a chi comanda sui gusti e le inclinazioni di milioni di persone? Come fare per ritrovare la nostra libertà, come uscire dal “Fato antico”, come uscire dall’unica strada che ci hanno disteso davanti? Innanzitutto prendendo coscienza di quanto siamo eterodiretti, di quanto ogni nostro pensiero si muova dentro a un solo pensiero che lo avvolge e lo dirige. Abbiamo il dovere di discutere, confrontarci, capire, risvegliarci da questo lungo e penoso sonno.


Dobbiamo ricominciare a scegliere, e non solo tra due detersivi o due offerte speciali.

01 giugno 2012
 
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